Funivia del Mottarone, tre fermi: il gestore, dipendente e capo operativo

Funivia del Mottarone, tre fermi: il gestore, dipendente e capo operativo

La procuratrice Olimpia Bossi: “Sapevano che la cabina viaggiava senza freni dal 26 aprile, giorno della riapertura”


PIEMONTE – Fermati Luigi Nerini, amministratore della società Ferrovie del Mottarone che gestisce la funivia, Enrico Perocchio, direttore del servizio e dipendente della Leitner di Vipiteno e Gabriele Tadini, capo operativo. Secondo la procuratrice Olimpia Bossi, sapevano che la cabina viaggiava senza freni dal 26 aprile, giorno della riapertura.

Da quando l’impianto è ripartito il 26 aprile dopo il blocco per le norme anti-Covid, i freni di emergenza erano stati disattivati inserendo almeno un “forchettone” per evitare che l’impianto continuasse a bloccarsi a causa di una serie di anomalie che facevano scattare i sistemi di sicurezza. E quando domenica, come riportato da il Corriere,  mattina la fune di trazione si è spezzata all’arrivo nella stazione di monte, la cabina, libera dall’unico vincolo, è diventata un proiettile, ha ripercorso a ritroso gli ultimi 300 metri che aveva fatto a una velocità di oltre 100 km all’ora che l’ha fatta sganciare dalla fune portante e precipitare, schiantandosi a terra e uccidendo 14 dei 15 passeggeri. Sono questi i risultati agghiaccianti e fino a ieri impensabili raggiunti dagli investigatori in appena 48 ore di indagini che hanno portato al fermo del titolare delle Ferrovia del Mottarone Luigi Nerini, di Enrico Perocchio , direttore del servizio e dipendente della Leitner di Vipiteno, società che ha fornito le cabine e manutentore del servizio stesso, e Gabriele Tadini, capo operativo del servizio. Sono le 3,57 della mattina, il cielo già albeggia sulla sponda piemontese del lago Maggiore quando la procuratrice Olimpia Bossi e il sostituto Laura Carrera lasciano la stazione dei Carabinieri di Verbania dopo la raffica di interrogatori cominciata 12 ore prima e conclusasi con i fermi dei primi tre indagati accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose gravissime nei confronti di un bambino (unico sopravvissuto) e di rimozione od omissione dolosa di cautele aggravata dal disastro.

IL FORCHETTONE “APPLICATO PER EVITARE BLOCCHI DELLA FUNIVIA”

Scortata dai carabinieri di Verbania, comandati dal capitano Luca Geminale, che hanno chiuso una parte significativa dell’inchiesta, Bossi spiega che i fermati “sono stati coinvolti in un fatto concreto che è determinate rispetto all’incidente. Abbiamo accertato che il sistema di emergenza dei freni era manomesso, nel senso che era stato apposto un forchettone, un blocco dei freni, un meccanismo che tiene aperte le ganasce che dovrebbero bloccare la cabina sul cavo portante in caso di rottura del cavo trainante”. Si è parlato a lungo di questo meccanismo, ma fino ad ora si pensava che qualcuno l’aveva lasciato istallato per errore, se l’era dimenticato sulle ganasce dei freni dopo un intervento. Invece, l’accusa è molto più grave. “Era stato applicato per evitare continui disservizi e blocchi della funivia. Il sistema presentava delle anomalie e avrebbe avuto bisogno di un intervento radicale con un blocco anche consistente nel tempo dell’impianto”, spiega la Procuratrice. “Il freno non è stato attivato volontariamente? Sì sì, lo hanno ammesso”, ha detto il tenente colonnello Alberto Cicognani, nella mattinata. A tirare in ballo Perocchio (che deve essere ancora sentito dagli inquirenti) e il titolare Nerini è stato Tadini, il capo operativo del servizio.

Quegli interventi tecnici — ha spiegato la procuratrice — erano stati «richiesti ed effettuati», uno il 3 maggio, ma “non erano stati risolutivi e si è pensato di rimediare: nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo, si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito fatale”. Quella che la procuratrice definisce una scelta «molto sconcertante» è stata portata avanti pur di evitare una riparazione adeguata del sistema frenante che probabilmente avrebbe portato a una lunga chiusura dell’impianto, le cui casse erano state messe già a dura prova dal lockdown. “Non è stata la scelta di un singolo, ma condivisa e non limitata a quel giorno – ha detto Bossi – È stata una scelta legata a superare problemi che avrebbero dovuto essere risolti con interventi più decisivi e radicali invece che con telefonate volanti”.

L’IPOTESI

A far spezzare la fune «traente» della funivia del Mottarone, a far correre senza freni la cabina per centinaia di metri a oltre 100 all’ora fino a precipitare nel vuoto per oltre 50 metri schiantandosi a terra è stata una concomitanza di più fattori, come sempre avviene negli incidenti. Non è ancora chiaro perché la corda d’acciaio si sia rotta, ma se la cabina non si è fermata immediatamente come avrebbe dovuto è perché qualcuno ha disabilitato almeno uno dei due freni di emergenza bloccandolo (come dimostra una foto dei rottami, l’altropotrebbe essere saltato nel disastro) con un “forchettone”. E questo può essere dovuto solo a un “errore umano”. Perché l’incidente si sia verificato proprio intorno alle 12 di domenica, quando la funivia aveva già fatto alcune corse tra Stresa e il Mottarone, saranno le consulenze che verranno disposte nelle prossime ore dal procuratore di Verbania Olimpia Bossi e dal pm Laura Carrera a spiegarlo, precisando se è intervenuto un fattore esterno o se il cavo era danneggiato.