Atac, giallo sul rogo dei bus: “Allarmi scattati in ritardo”

Atac, giallo sul rogo dei bus: “Allarmi scattati in ritardo”

La procura ha aperto un fascicolo per incendio doloso


ROMA – Ispettori interni e carabinieri nella rimessa Atac di Tor Sapienza. Si aggirano nel deposito per far luce sull’origine del maxirogo di lunedì notte: da lì ogni giorno escono in servizio 230 bus di linea, si addensano pesanti i dubbi e i misteri su come sia stato possibile lasciare cancellare dalle fiamme quasi una intera flotta di mezzi a metano del trasporto capitolino. Proprio ora, poi, che erano arrivati i nuovi pronti a rimpiazzarli. E non basta una ipotesi che a generare la scintilla sia stato un errore umano o, addirittura, un fulmine durante il temporale, a sgomberare il campo dalle responsabilità. Troppe le incongruenze su cui gli inquirenti intendono fare chiarezza.

LE INDAGINI

La Procura ha aperto un fascicolo per incendio doloso. Già martedì mattina, alle sette, l’operaio “manovratore” che aveva spostato sul piazzale il bus da cui ha avuto origine l’incendio è stato prelevato e accompagnato nella caserma di Montesacro per mettere a verbale quella che doveva essere una notte di servizio come tante altre: prima l’operazione di rifornimento del carburante sotto le pensiline a più di 400 metri di distanza, poi la vettura lasciata in sosta in attesa degli autisti. Stessa operazione compiuta con altri mezzi. Solo che quel bus Iveco, matricola 4481, movimentato dopo giorni di stop, era stato lasciato con il motore spento, gli altri accesi. Un lasso di tempo tra i quindici e i venti minuti in cui nessuno si accorge di anomalie e nemmeno dell’immenso rogo che stava per sprigionarsi. Nel verbale l’attenzione si focalizza sul funzionamento di un quadro elettrico.

LA DINAMICA 

Siamo nei settori “R”, “S”, “P” e “Q”, al centro del piazzale, nell’ala Ovest, confinante con una grande area verde a ridosso di viale Franco Angeli. I carabinieri della compagnia locale e del Nucleo investigativo di via in Selci acquisiscono le immagini girate dal sistema di videosorveglianza interno. Ma le telecamere non coprono tutto lo stabilimento, puntano verso il basso e a poca distanza dalla recinzione, il loro raggio d’azione non arriva a coprire il cuore del piazzale dove, appunto, i bus bruciano. Per sapere cosa è realmente successo tra quando l’Iveco è stato lasciato in sosta e quando è scoppiato l’incendio, servirà una perizia sulle telecamerine in dotazione ai mezzi che erano accesi e sistemati attorno al “4481”, ammesso che le memory card siano recuperabili. Altre perizie dovranno escludere la presenza di liquidi infiammabili o inneschi. In quei minuti, gli operai sembrano tornati tutti nell’officina, la vigilanza non passa. Le poche guardie giurate in servizio, a detta dei lavoratori, se ne stanno sempre all’ingresso, scarsi o inesistenti i pattugliamenti interni. L’allarme scatta in ritardo e il fuoco divampa con grande violenza. Le valvole di sicurezza dei serbatoi a metano montati sui tetti dei bus, sollecitate dal calore, “sfiatano” per impedire esplosioni. Il gas che fuoriesce, però, scaglia lingue di fuoco che avvolgono via via gli altri autobus parcheggiati.

Per i piazzali all’aperto le regole di sicurezza rispetto alla sosta di mezzi a gas non sono restrittive come nelle rimesse al chiuso e il rogo ha tutto il tempo di divorare i pullman; quando le squadre dei pompieri arriveranno, impiegheranno ore per domarlo. Prima dell’estate altri quattro mezzi nel deposito andarono a fuoco, ma allora si intervenne subito per spegnerle. A fine agosto altro maxirogo nel deposito di Grottarossa e ancora prima a Tor Pagnotta. Gli inquirenti non tralasciano nulla, cercano analogie e differenze. Al di là di una “semplice” catalogazione come imperizia o negligenza che ai cittadini romani costa disservizi e milioni persi.