Complicazioni da Covid, morto l’ex segretario di Stato americano Colin Powell

Complicazioni da Covid, morto l’ex segretario di Stato americano Colin Powell

Fu il primo segretario di Stato afroamericano nella storia degli Stati Uniti. Ricopriva la carica anche sotto la presidenza Bush nel 2001, anno dell’attentato alle Torri Gemelle


STATI UNITI – L’ex segretario di Stato americano Colin Powell è morto oggi, all’età di 84 anni. Stando a quanto comunicato dalla famiglia sulla sua pagina Facebook, la causa della morte sarebbe da attribuire a «complicazioni legate al Covid-19». Non è noto al momento quale tipo malore di gli sia stato fatale.

«Abbiamo perso uno straordinario marito, padre, nonno e un grande americano», continuano i familiari via social, sottolineando come Powell avesse completato il ciclo vaccinale. Al momento non sono ancora arrivate le reazioni della Casa Bianca.

Il generale Powell era uno dei personaggi più popolari degli Stati Uniti secondo la società di analisi americana Gallup. La sua storia personale sembra incarnare lo stereotipo del “sogno americano”, tanto da aver raccolto in passato consensi bipartisan su una eventuale e mai realizzata candidatura alla Casa Bianca. Nato nel 1937 ad Harlem, il ghetto dei neri di New York, il primo segretario di Stato afroamericano nella storia degli Stati Uniti è cresciuto nell’ambiente difficile e multietnico del Bronx. Il padre, un immigrato giamaicano, lavorava come caposquadra in una ditta di abbigliamento e il piccolo Colin si fece le ossa come garzone. Poi vennero gli studi in geologia, l’università e infine l’esercito, dove Powell fu protagonista di una rapida ascesa ai vertici. Ferito in Vietnam, sopravvissuto alla caduta di un elicottero, Powell entrò alla Casa Bianca nel 1972, come assistente dell’allora sottosegretario Frank Carlucci. Nel 1987 Ronald Reagan lo nominò alla guida degli Stati maggiori militari. Con Bush padre e l’attuale vicepresidente Dick Cheney, allora a capo del Pentagono, Powell fu uno dei principali artefici di “Desert Storm”, la prima guerra in Iraq del 1991. Già allora emerse la sua dottrina: prima gli sforzi diplomatici, le armi come ultima scelta. L’input strategico era semplice, l’America deve intervenire negli scenari caldi del mondo solo quando l’obiettivo politico è chiaro e la supremazia militare è schiacciante. Fu Powell a convincere Bush senior, dopo la riconquista del Kuwait, a rinunciare al tentativo di eliminare Saddam Hussein. Dieci anni dopo, la nomina a segretario di Stato scatenò le reazioni della comunità afroamericana: il ragazzo cresciuto nel ghetto, a loro avviso, si era sostanzialmente «venduto» all’establishment bianco. La seconda operazione in Iraq, sotto George W. Bush, è all’origine del confronto sempre più serrato tra Powell e l’amministrazione repubblicana. L’ex segretario di Stato considera ancora oggi l’intervento che fece all’Onu per denunciare le armi di massa di Saddam «una macchia» nella sua reputazione. Powell era scettico sin dall’inizio del conflitto e preoccupato sulla forza militare inviata a combattere, a suo giudizio insufficiente. La posizione del segretario di Stato diede luogo a numerose battaglie interne con i falchi Cheney e il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, conclusesi quasi sempre con la sconfitta di Powell. Dopo avere lasciato la carica – nel 2004 Bush lo rimpiazzò con Condoleezza Rice – Powell ha cercato di non criticare pubblicamente le scelte dell’amministrazione, ma non ha taciuto il suo dissenso sulla decisione della Casa Bianca di nominare John Bolton ambasciatore presso l’Onu, di non applicare la Convenzione di Ginevra ai detenuti di Guantanamo, e per i gravi ritardi nei soccorsi alle vittime dell’uragano Katrina. «Chiunque sia presidente a gennaio – ha detto Powell di recente – dovrà confrontarsi con la realtà di una forza militare che non può continuare a sostenere l’impegno di 140 mila uomini in Iraq e 20-25 mila in Afghanistan e altrove».

FONTE: LA STAMPA.IT