Sparatoria ad Arzano, parla il titolare del bar: “Io e mia moglie eravamo lì, c’era sangue ovunque”

Sparatoria ad Arzano, parla il titolare del bar: “Io e mia moglie eravamo lì, c’era sangue ovunque”

“Mia figlia mi ha detto di andarcene e trasferirci a Londra. Certe volte ci penso a mollare tutto”


Fonte foto: Il Corriere

ARZANO – Risaliva a ieri sera la notizia di una sparatoria in via Silone ad Arzano, nei pressi del bar Roxy, in cui erano stati feriti cinque soggetti, tra i quali alcuni, probabilmente tre, vicini al clan della 167. Le prime dichiarazioni in merito alla vicenda provengono dal titolare del bar Roxy, Armando Savorra, che al Corriere ha ricostruito la dinamica dell’accaduto.

“C’era sangue ovunque, abbiamo avuto paura di morire”

«Io e mia moglie eravamo dietro al bancone e appena abbiamo sentito i primi due spari ci siamo buttati a terra. L’ho tirata giù io. Sono stati alcuni interminabili momenti fin quando abbiamo capito che i sicari se n’erano andati. Quando ci siamo rialzati c’era sangue ovunque. Uno dei feriti era mio zio – racconta Armando – stava prendendo un caffè mentre parlava con mia moglie».

«Io sono una delle vittime di questa brutta storia – dice piangendo il barista – Adesso non so neanche cosa devo fare. Ho speso da poco diecimila euro per mettere a posto il locale. Mia figlia di 23 anni mi ha detto papà andiamocene da qua e trasferiamoci a Londra. Certe volte ci penso a mollare tutto, perché la presenza di certi criminali si sente e si vede. Purtroppo comandano loro e dallo Stato ci sentiamo abbandonati. Eppure non posso mollare, anche perché qui c’è tutta la mia vita. E poi ieri sera tutti i miei amici e le persone che mi conoscevano sono venuti al bar a darmi forza. Però penso anche che dopo quello che è accaduto il mio bar perderà il 90 per cento dei clienti. Chi entra in un locale con il timore di finire vittima di un agguato? In questa zona i controlli ci sono, ma non sono sufficienti», ha terminato Armando quasi in lacrime.

CHI SONO I FERITI

Tra i tre feriti più giovani, Salvatore Petrillo, imparentato con il capozona degli scissionisti del «Gruppo 167» Pasquale Cristiano, noto anche come «picstick», finito in manette perché, malgrado sottoposto ai domiciliari, aveva sfilato lungo le strade di Arzano in Ferrari, a capo di un corteo di auto di lusso in occasione dei festeggiamenti per la prima comunione del figlio. L’agguato fa puntare nuovamente la lente su un territorio che, per lungo tempo, è stato una polveriera. Non è tutto. Proprio ad Arzano, è tornato in libertà Giosuè Belgiorno detto «il grande», figlio di Cesare Pagano, fondatore del clan insieme al cognato Raffaele Amato, e referente del sodalizio ad Arzano. Dopo la scarcerazione sono stati esplosi fuochi d’artificio per circa mezz’ora. Si stanno valutando collegamenti tra i due episodi.

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