Vaccino ai bimbi, parla il prof. Dallapiccola: “Presto coinvolta anche fascia 6 mesi-4 anni”

Vaccino ai bimbi, parla il prof. Dallapiccola: “Presto coinvolta anche fascia 6 mesi-4 anni”

“Il pediatra dovrà saper gestire ansie e preoccupazioni del piccolo, rassicurandolo e, se necessario, invitandolo a tornare un’altra volta”


NAZIONALE – A parlare del planning dell’avvio della campagna vaccinale anche alla fascia dei più piccoli, dai 4 mesi ai 6 anni, è stato il Professor Bruno Dallapiccola, direttore scientifico del Bambino Gesù, durante il corso di un’intervista ad hoc rilasciata per il Corriere.

per quale ragione i bambini dovrebbero essere vaccinati?
«Giro la domanda. Per quale ragione non dovrebbero essere vaccinati?».

Risponda lei.
«Non trovo una sola ragione a sfavore della vaccinazione a questa età».

Non dirà che devono farlo perché così si elimina il virus anche nella popolazione dei più piccoli e così ci liberiamo dalla minaccia della pandemia?
«Non è un concetto sbagliato visto che viene somministrato un prodotto sicuro ed efficace, capace di fare bene innanzitutto a loro anche se poi a beneficiarne è tutta la società».

E cosa importa a un genitore ansioso di far del bene alla società? Al primo posto viene la tutela del figlio.
«Per società intendo la famiglia, la scuola, gli amici, non dover rinunciare a niente di tutto quello fa parte dell’infanzia».

C’è chi è convinto che, prima di avviare la profilassi fra 5-11 anni, si debba aspettare e partire quando, tra non molto, arriveranno i primi dati sull’esperienza di Stati Uniti e Israele due Paesi già avanti nell’immunizzazione di questa fascia. È d’accordo?
«C’è da chiedersi perché un sistema, come il vaccino, che ha funzionato su miliardi di adulti nel mondo , compresi decine di milioni di adolescenti, non debba essere altrettanto efficiente quando si passa a una età inferiore. È logico aspettarsi tra non molto l’arrivo del vaccino per 6 mesi-4 anni e varrà lo stesso ragionamento».

È favorevole all’obbligo?
«Sì, lo sono come per tutti i vaccini per la prevenzione di altre malattie infettive. Il precedente della poliomielite fa scuola. È stata messa al tappeto cominciando a proteggere la popolazione pediatrica. Allora però nessuno protestava. Eppure l’antipolio, conteneva virus attenuato e c’era il rischio che infettasse. In questo caso abbiamo in mano uno strumento che contiene una piccolissima parte del genoma del virus Sars-CoV-2 e non può essere in nessun modo causa di infezione».

L’Agenzia italiana del farmaco ha appena dato l’approvazione dopo Fda e Ema. C’è chi pensa che non ci sia sufficiente garanzia di sicurezza.
«Non credo ci possano essere dubbi sulla serietà e il rigore scientifico di questi enti regolatori. Bisogna fidarsi. Ricordo che l’adesione alla campagna sarà completamente volontaria. Tutte le società scientifiche di pediatria hanno pubblicato un documento che prova a fare chiarezza e fornisce ai genitori le informazioni utili».

Lei fa parte del Comitato nazionale di bioetica. Il bambino può esprimere il suo consenso?
«Deve sempre essere informato, come prima di ogni trattamento medico. Non è previsto il suo consenso che è appannaggio esclusivo dei genitori o del tutore. Però la sua opinione va tenuta in conto. L’ideale sarebbe, se ne ha la capacità, fargli leggere un foglio con tutte le spiegazioni, eventualmente reso maggiormente comprensibile ricorrendo a disegni e fumetti, come viene fatto nelle sperimentazioni di farmaci che coinvolgono minori in età scolare».

E se alla fine l’opinione diverge da quella dei genitori?
«Il pediatra dovrà saper gestire ansie e preoccupazioni del piccolo, rassicurandolo e, se necessario, invitandolo a tornare un’altra volta. È una condivisione non un’imposizione. I pediatri sanno come fare».

A proposito di «serbatoi» dove il virus può continuare a circolare grazie alla mancanza di copertura vaccinale: noi ci preoccupiamo giustamente di costruire un’immunità di gregge in Italia mentre poi interi continenti sono scoperti. Come l’Africa dove infatti ha avuto origine la variante Omicron. Una corsa inutile, la nostra?
«Finché non vaccineremo l’Africa non ci libereremo della pandemia. Basta far arrivare in quei Paesi i vaccini, questo è l’impegno. Formare il personale locale è facile perché si tratta di somministrare la dose con una puntura. Non è un atto complesso. La vaccinazione anti Ebola in Africa occidentale ha avuto un grande successo».

Fonte: Il Corriere