Appalti RFI e camorra, il Riesame esclude il collegamento: scarcerati imprenditore e avvocato di Giugliano

Appalti RFI e camorra, il Riesame esclude il collegamento: scarcerati imprenditore e avvocato di Giugliano

Le ultime decisioni del Tribunale del Riesame di Napoli hanno visto l’annullamento delle ordinanze cautelari a carico di Crescenze De Vito, imprenditore di Giugliano, e dell’avvocato penalista Matteo Casertano


NAPOLI – Nessun dubbio da parte del Riesame, le prove non persistono e di conseguenza non ci sarebbe nessun collegamento tra gli appalti pubblici di Rete Ferroviaria Italiana e i clan camorristici. Non si transige sulla linea presa dal tribunale che ha quindi revocato arresti e misure cautelari firmate a carico di soggetti ritenuti ai vertici delle imprese pubbliche e private e che erano finiti, nelle ultime settimane, al centro della bufera per l’accusa di corruzione.

Le ultime decisioni del Tribunale del Riesame di Napoli hanno visto l’annullamento delle ordinanze cautelari anche a carico di Crescenzo De Vito, imprenditore di Giugliano, e dell’avvocato penalista Matteo Casertano. Il primo accusato di essere soggetto legato al clan dei Casalesi ed il secondo, invece, accusato di aver fornito informazioni riservate sulle indagini. Durante gli interrogatori avevano sempre negato ogni responsabilità, attribuendo il tutto a un equivoco.

Per Crescenzo De Vito e Matteo Casertano (difeso dagli avvocati Flavia Russo e Giuseppe Granata) l’ordinanza è stata annullata – presumibilmente – per la mancanza di indizi di colpevolezza. L’Ottava Sezione, collegio E, del tribunale del Riesame di Napoli ha quindi disposto la liberazione dei due che si trovavano ai domiciliari. Contattati dalla nostra redazione, entrambi non hanno voluto rilasciare dichiarazioni in merito all’inchiesta.

L’accusa contro De Vito e Casertano

Una ordinanza autonoma e connessa a quella principale, che porta la firma degli del gip Giovanna Cervo), nella quale veniva ricostruita una fuga di notizie che ha rischiato di far saltare l’operazione quando era ancora alle prima battute, a gennaio del 2019.

De Vito risultava essere, infatti, il destinatario di una informazione riservata proveniente da un funzionario della Banca di Credito Popolare di Torre del Greco (Francesco Chianese, interdetto dall’attività creditizia per sei mesi). Per ragioni d’ufficio Chianese sapeva di accertamenti bancari disposti dalla Dda di Napoli e lo aveva riferito a De Vito. Che, a sua volta, – secondo l’accusa – si era preoccupato per Nicola Schiavone senza tralasciare nulla per cercare di sapere il più possibile sull’inchiesta e sui magistrati che la stavano coordinando.

Il tramite era – secondo l’accusa poi smentita dai giudici del riesame – Matteo Casertano, destinatario come De Vito di un’ordinanza di arresti domiciliari. Nel procedimento risulta indagato anche un sottufficiale dei carabinieri, identificato tramite un gruppo Whatsapp, “Pizza tra amici”, nel quale era iscritto assieme ad altri suoi colleghi e all’avvocato Casertano.

Quella dei giudici del riesame appare come una evidente “spallata” rispetto alle prime conclusioni investigative che facevano leva proprio sul carattere mafioso dell’inchiesta, e quindi sui contatti tra gli indagati e il sistema camorristico cittadino.

L’indagine

Andando per ordine, la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha avviato un’indagine su un giro di appalti di Rete Ferroviaria Italiana che sarebbero finiti ad imprese ritenute vicine al clan dei Casalesi. Figura di spicco dell’inchiesta è Nicola Schiavone, amico e prestanome del capoclan Francesco “Sandokan” Schiavone, accusato di essere riuscito ad entrare in contatto con i vertici di Rfi come consulente delle ditte.

Scarcerati anche gli Schiavone

Ma ieri mattina, Nicola Schiavone, nato a Casal di Principe, difeso dai penalisti Umberto Del Basso De Caro, Giovanni Esposito Fariello e Guido De Maio, è passato dal carcere ai domiciliari, restano per lui le accuse per corruzione e intestazione fittizia ma non aggravate dal fine mafioso. Dinanzi al gip, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Schiavone ha difeso il suo ruolo, dichiarandosi vittima del proprio cognome e del luogo in cui è nato: “Mi chiamo Schiavone e sono di Casal di Principe, ma non sono camorrista”.

Sono stati inoltre revocati i domiciliari anche al fratello, Vincenzo Schiavone, e ad altri funzionari finiti al centro delle indagini: Del Vasto, Massimo Iorani, Pierfrancesco Bellotti e Paolo Grassi. Agli atti dell’inchiesta anche la dichiarazione di Maurizio Gentile, ex ad Rfi: “Nicola Schiavone di ottima aveva toni affettati, le conversazioni vertevano su questioni generiche e frutto delle sue infondate elucubrazioni. Mi parlò bene di un funzionario, che ho provveduto a spostare ad altro incarico, per questioni di opportunità”.

L’inchiesta si smonta

Insomma, è venuta a mancare proprio la mafiosità dell’inchiesta, che sarebbe dovuta essere invece proprio il punto centrale, soprattutto a fronte degli esiti di un’ultima informativa di pg, presentata in aula dagli inquirenti lunedì mattina, che avrebbe dovuto fare chiarezza sulle comunicazioni che ci sarebbero state tra il superconsulente Schiavone e la camorra. Non è però ben chiaro cosa sia successo all’inchiesta, condotta da Graziella Arlomede e Antonello Ardituro, che sarebbe partita proprio per far luce sui legami, che sembravano evidenti, tra i due mondi apparentemente diversi, e che invece sembra quasi concludersi con una probabile richiesta di processo.