Focus Milan – Napoli. Sudore e sofferenza, ma lontani da casa, la solita sentenza. Blitz al Meazza e primato confermato!

Focus Milan – Napoli. Sudore e sofferenza, ma lontani da casa, la solita sentenza. Blitz al Meazza e primato confermato!

Gli azzurri arrivano alla sosta per le nazionali confermando il primato in classifica dopo l’exploit in casa dei campioni d’Italia. Al Meazza, gli azzurri passano per 2-1, grazie ai gol di Politano (uscito per infortunio) e Simeone, intervallati dal pareggio di Giroud. Partenopei primi insieme all’Atalanta, con 17 punti.


MILANO – Per una sera, una delle più importanti di quest’inizio stagione, il Napoli si permette il lusso di lasciare il fioretto nel borsone. La vittoria del Meazza, gli azzurri la ottengono di spada, emanando la solita sentenza quando i partenopei giocano lontano dal Maradona. Tre punti presi di forza, contro un pur ottimo Milan, che stasera dimostra di essere una sicura candidata per la vittoria del titolo, giocando buon calcio nonostante assenze pesanti. Gioca il Milan, tira di più il Milan, ma vince il Napoli, almeno per una volta a recitare la parte di chi subisce a lunghi tratti l’azione avversaria, per poi punirla nelle uniche occasioni propizie.

Come il rigore procurato da Kvaratshkelia (6), in una delle sue (non frequenti) proiezioni offensive, che costringe Dest (ingenuamente) al fallo da rigore, poi trasformato da Politano. Tra alti e bassi la partita del numero 77, che compensa con il penalty ed almeno un paio di ammonizioni procurate, a danno di Kjaer e Calabria, tanti palloni persi con troppa leggerezza. Il georgiano cerca la giocata ad ogni costo, ma non sempre riesce e non solo per merito dei difensori milanisti che lo braccano ad uomo. Poi, si accende all’improvviso e Dest ne fa le spese con la giocata che evita al georgiano la prima vera insufficienza stagionale.

E appunto, Politano (6,5) concede il bis dagli undici metri, regalando il vantaggio azzurro con un rigore calciato in maniera pessima, che Maignan si lascia passare tra braccio e corpo. L’idea è che forse non sarà lui il rigorista designato per tutte le occasioni ed un problema con i rigori, il Napoli continua ad averlo, ma fin quando li si tira in modo inguardabile ma efficace, va bene così. Ma la partita dell’ex-Inter non va minimizzata e ridotta al solo gol, ma va arricchita con la generosità ed il sacrificio con i quali ara la fascia sinistra, facendo su e giù, sia per dare una mano in difesa, dovendo coprire il solito Hernandez fuori portata per chiunque, sia per offrire un appoggio per l’azione d’attacco che, nel primo tempo, trova in lui l’interprete più lucido ed affidabile. La sua partita termina con l’uscita per infortunio, dopo un contrasto di gioco e per il quale, a fine partita, era ancora vistosamente zoppicante.

Sperando sia nulla di serio, si acuisce il problema sulla zona destra dell’attacco del Napoli: al posto di Politano, infortunato, Spalletti si affida a Zerbin (5), che purtroppo paga l’inesperienza in partite di questo livello e il dover fronteggiare uno dei laterali sinistro più forti d’Europa. Hernandez lo asfalta alla prima puntata ed arriva il gol di Giroud, ma prima il giovane ex-Frosinone sbaglia quasi tutto lo sbagliabile, anche la giocata più banale, anche se va vicino al gol del 3-1. Mossa azzardata.

L’altro episodio propizio è firmato Giovanni Simeone (7), forse l’unico cambio che avrebbe permesso al Napoli di cambiare forma e sostanza al gioco d’attacco dei partenopei, stantio per tutto il soggiorno in campo di Raspadori. L’argentino tocca pochi palloni, ma quelli giusti: sul fendente di Mario Rui sbeffeggia Tomori e Kalulu, rubando loro tempo e spazio, insaccando un gol da grade uomo da area di rigore. Si fa valere anche come boa, sovvenzionando l’ingresso in area di Zerbin che quasi chiude la contesa con un quarto dora di anticipo. Se con Zerbin rischia di rovinare tutto, con Simeone, Spalletti gioca la carta vincente, anche perché la partita di Raspadori (5) non è una partita che il giovane attaccante avrà voglia di raccontare ai nipotini, tra qualche decennio. Mai nel cuore del gioco anche perchè mai chiamato in causa: i pochi palloni giocabili deve andarseli a prendere nella sua metà campo, pagando dazio anche fisicamente contro i centrali rossoneri, che non gli lasciano nulla di giocabile nei pressi della loro area. Non era la sua partita.

E’ stata, al contrario, la partita di Meret (7,5) nell’ennesima prestazione di altissima qualità, dove toglie dalla porta tutto il possibile, ai limiti del miracoloso su Giroud e Messias. Parate che salvano una partita e aumentano il morale di un ragazzo dai nervi d’acciaio, che da anello debole che doveva essere, della difesa azzurra, ne sta diventando il suo cardine principale. Si destreggia bene anche con i piedi, ma è con i guantoni che Alex sta facendo la differenza, con tre punti che portano anche la sua firma e non solo. ù

C’è anche quella di Kim (7) nel blitz partenopeo al Meazza. Conclude la sua partita con l’intervento salva-risultato su Diaz, a minuto numero novantasette. Nei precedenti novantasei ingaggia un duello gladiatorio con Giroud, nella quale ne esce più che bene, nonostante il francese è spietato nel cogliere l’unica distrazione del centrale sudcoreano; di testa il centravanti le prende tutte lui, diventando, con le sue “sporcate” di testa un fattore decisivo nel corso del match, ma Kim riesce, quando possibile, a  prendere le misure al francese, giocandogli sempre un paio di metri dietro, per poi tentare l’anticipo, poichè nel contatto corpo a corpo, vince quasi sempre il francese. Kim lo sa e trova la contromossa, furba ed efficace.

Insieme a lui, anche Rrahmani (7) è una piacevole conferma di un reparto difensivo che si scopre essere una roccaforte quasi inespugnabile anche contro un Milan d’assalto, che vuol dimostrare di non essere Leao-dipendente. Giroud va a rintuzzare anche contro il kosovaro, che gli concede ancora meno spazi di quanti gliene conceda Kim. Poi, come sana abitudine, quando c’è da spazzare via palloni per evitare guai peggiori, non bada alla forma e procede di conseguenza. Gli tocca spesso di raddoppiare Di Lorenzo per arginare Theo Hernandez, senza disdegnare qualche buona uscita su Krunic e De Kaetaleare, che giocano nel suo raggio d’azione. Gara di altissimo spessore.

Sfodera l’assist da tre punti e chiude la gara in gran crescendo, Mario Rui (7) che prima di fendere l’aria con il sinistro che arma Giovanni Simeone, si rende protagonista di una buonissima partita, indubbiamente la migliore di questa prima porzione di stagione. Ancora ansimante l’intesa con Kvaratshkelia, il terzino azzurro si tiene più basso del solito, cercando più di contenere gli assalti del Milan che partecipare alla manovra offensiva. Calabria, nel primo tempo, scende spesso per venire a prendere Kvara, schiacciandolo dietro e facendolo uscire poco dal suo guscio. Con Dest la musica cambia, con l’americano intimidito dagli strappi dello stesso Kvara e dal rigore procurato, Rui alza il raggio d’azione di almeno venti metri, accompagnando più spesso l’attacco, fornendo, difatti, l’assist da tre punti a Simeone. Esce a pochi minuti dalla fine per lasciare spazio ad Olivera (sv) che entra in trincea a difesa del risultato.

Positiva la prestazione anche del capitano Di Lorenzo (6,5) che limita al minimo consentito le sgroppate sulla destra, vista la presenza dell’incubo Hernandez sulla sua corsia. Con sofferenza si sdoppia nel lavoro da terzino vero e proprio e, talvolta, come terzo centrale all’occorrenza, andando a stringere vicino a Rrahmani e creare una muraglia contro la batteria di trequartisti messi in campo da Pioli. Sfibrato dalla fatica, non riesce, come Mario Rui, a uscire spesso dalla sua metà campo, anche perchè il Milan attacca costantemente dal suo lato ed è, quindi, difficile fare diversamente.

Insieme a Meret, Lobotka (7,5) è il migliore in campo tra gli azzurri, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia imprescindibile la sua presenza nell’economia del gioco, così come lo vuole Spalletti. Non sbaglia un solo pallone ed ogni giocata non è mai fine a stessa. Gioca di prima quando serve; tiene il pallone, lo protegge e lo smista a piacimento, con un uomo (e anche due) addosso, prendendosi le responsabilità di fare calcio in zone molto pericolose, ma riuscendo, quasi sempre, ad eludere il controllo degli avversari, che non lo prendono mai. Insomma, la solita prova a cui lo slovacco ha abituato.

Insieme a lui, Zambo Anguissa (6,5) si rende protagonista di una partita dai due volti: primo tempo anonimo, senza grande impatto sul match che lo vede schiacciato tra la linea mediana del Milan (Tonali-Bennacer) e dei trequartisti, il cui palleggio rapido e improvvise verticalizzazioni lo tagliano spesso fuori, limitando fortemente il suo lavoro di recupero di palloni. Meglio nella ripresa, compensando quanto non si era visto nel primo tempo con tanti palloni recuperati e altrettanti messi al servizio della manovra. Trova esaltazione nel clima di battaglia che anima il finale di partita che lo vede emergere alla distanza.

A Zielinski (6) non riesce il cambio di marcia, restando sempre sui suoi livelli, di sufficienza, in una partita che non era nelle sue corde. Quanto la si mette sul fisico è il primo a scomparire dal campo, ma nel primo tempo cerca una sua dimensione in mezzo al campo, cercando di far distogliere l’attenzione da Lobotka, andando a chiedere palla e tentare la prima impostazione. Con qualche spazio a disposizione in più, nel secondo tempo, il polacco cerca anche la conclusione, ma debole ed imprecisa. Spalletti gli concede quasi ottanta minuti, ma poteva uscire almeno quindici minuti prima, ormai svuotato di energie. Al suo posto Ndombele (sv) ch fa il suo, nei pochi minuti a disposizione, cercando di portare in avanti qualche pallone e far rifiatare difesa e centrocampo in vistoso affanno nel finale. Stesso discorso per Elmas (sv) che, largo a destra, non ha il tempo di incidere sulla partita.

Ampia sufficienza per il binomio Menichini-Spalletti (6,5). Il mister conferma per intero il blocco vittorioso a Glasgow con la sola eccezione di Raspadori, la cui scelta non ha grosso impatto. Interdetti anche sulla scelta di inserire un inesperto Zerbin al cospetto di un Hernandez sfrecciante, però la squadra gioca con personalità e organizzazione, nonostante una prima mezz’ora di sofferenza. Indovina il cambio Raspadori-Simeone ma aspetta troppo per riorganizzare il centrocampo, in affanno da almeno un quarto d’ora. Ma tutto è bene ciò che finisce bene: il Napoli arriva alla sosta di campionato da prima in classifica, con l’Atalanta. Alzi la mano chi l’avrebbe detto il mese scorso.

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