Focus Napoli – Lecce. Deja-vu che fa male. Al Maradona, primi due punti lasciati per strada

Focus Napoli – Lecce. Deja-vu che fa male. Al Maradona, primi due punti lasciati per strada

Secondo impegno casalingo per gli azzurri, che cestinano i primi due punti stagionali, facendosi imporre il pari interno da un Lecce coriaceo e bene organizzato da Baroni. Tutto in cinque minuti al Maradona: ad Elmas risponde Colombo con un capolavoro balistico, dopo aver fallito un rigore, parato da Meret, sullo 0-0. Ampio turnover per Spalletti ed esordio da titolari per Raspadori, Ndombele, Olivera e Ostigard.


NAPOLI – La prima vera cocente delusione di questo inizio di stagione: se un pareggio a Firenze è ampiamente accettabile, il pari interno contro un pur buonissimo Lecce rievoca gli spettri dello scorso campionato; di sprechi di punti contro squadre alla portata ottenuti con prestazioni mediocri. Fallisce miseramente il primo turnover intentato da Spalletti (5), mirato a dosare energie preziose in vista del doppio impegno Lazio-Liverpool: il mister cambia oltre mezza squadra, facendo esordire dall’inizio Raspadori, Nbombele, Olivera e Ostigard, rinunciando al 4-3-3 ma ottendendo in cambio una prestazione sottotono contro il Lecce di Baroni, che si concede il lusso di sbagliare un penalty con Colombo sul risultato ancora fermo sullo 0-0. Male in attacco, dove la squadra è davvero pericolosa in poche occasioni, nonostante i numerosi tiri in porta. Poco Osimhen, pochissimo Raspadori e anche questa volta i subentrati non cambiano volto alla squadra. Il doppio mediano tutto fisico Ndombele-Anguissa non va: Lobotka è fondamentale e la sua assenza dall’undici iniziale si è fatta sentire più di altre.

Il sogno di una squadra che avesse imparato a non perdere punti in casa contro squadre di medio-bassa classifica si è infranto già al secondo tentativo, facendo dimenticare il sonante 4-0 inflitto al Monza. Riemergono i dubbi sul 4-2-3-1, un mezzo disastro, nell’ultima edizione di agosto, sia nelle scelta degli interpreti che nella produzione di gioco. Doveva essere lo schema fatto su misura di Osimhen (5), ma il numero nove conferma la mediocre prestazione di Firenze, con una partita dall’inaspettato coefficiente di difficoltà, tradotto, la morsa Tuia-Baschirotto, dalla quale Osimhen non esce quasi mai, e nemmeno ci prova più tanto: sempre là in mezzo, statico, in attesa di un pallone che non arriva mai, cercato poco e male dalla batteria di trequartisti e poco presente, in generale, nella manovra offensiva. Unica eccezione, il contributo al gol di Elmas, riuscendo a servire Politano, nei suoi rari momenti di libertà concessi dalla difesa salentina; nell’altro dilapida il gol del vantaggio spedendo fuori un paio di colpi di testa da ottima posizione, il primo dei quali sprecato in versione-Lozano a Firenze.

Febbrile attesa per l’esordio da titolare per Raspadori (5), il perno attorno al quale il 4-2-3-1 avrebbe dovuto girare con una certa fluidità. Spalletti gli concede il solo primo tempo per confermare le buone sensazioni di Firenze, ma l’unica che ne viene fuori è decisamente anonima ma non esclusivamente per colpe sue. La continua ricerca del lancio lungo per Osimhen lo taglia fuori dal gioco, scavalcato così com’era da palloni imprecisi che spiovevano dalle retrovie. Di suo ci mette il senso della posizione, che riesce a trovare nonostante il caos di maglie giallo-rosse sparse nella tre-quarti leccese, ma le difficoltà per poter emergere in un contesto simili sono enormi e di difficile superamento se Spalletti non inculca nella mente dei suoi il dover rendere catalizzante la posizione della “sottopunta”, altrimenti il 4-2-3-1 così come visto ieri ha poco senso.

A sinistra, Elmas (6,5) si guadagna la pagnotta segnando il gol che porta il Napoli in vantaggio nella sua centesima in A, facendosi trovare al posto giusto al momento giusto, anzi nel posto sbagliato. Per esprimerci meglio, Elmas largo a sinistra è poco impattante nella struttura di gioco di Spalletti, non avendo il dribbling di Kvaratskhelia o il tiro di Politano. Ha corsa e dedizione alla causa, forse troppa, costretto a cambiare ruolo di partita in partita, ragion per cui ancora oggi si fatica a dare un’identità calcistica a questo ragazzo. Il duttile e generoso Elmas riesce a far meglio di chi prende il suo posto: Kvaratshkelia (5) non lascia tracce nella partita se non la sua irritante insistenza nel cercare il dribbling e la giocata al posto di un passaggio ad un compagno. Mai un guizzo nella sua mezz’ora abbondante che Spalletti gli concede e, onestamente, ci saremmo aspettati di più. Il ragazzo sta già riposando sugli allori dopo le prime due partite?

Dall’altro lato Politano (6) fa il suo, creando sicuramente più pericoli dal suo versante. Il destraccio che poi diventa l’assist del vantaggio di Elmas è il fiore all’occhiello di una partita che poteva essere ancora più positiva se non avesse spedito a lato il sinistro scoccato dalla sua zolla di terreno preferita. Spalletti lo ripaga con la sostituzione, un attimo dopo, con Lozano (6) che cerca di rifarsi dallo scempio di Firenze con qualche strappo palla al piede e una conclusione a rete, facilmente gestita da Falcone. Niente di entusiasmante, ma almeno ci mette vivacità. Per la continuità e la concretezza, rivolgersi ad altri.

Ma non rivolgetevi a Zielinski (5,5), chiamato in causa a partita in corso, il primo dei sacrificati in nome del 4-2-3-1. Anche per lui c’è poco da dire: si attende la qualità, un’invenzione, una giocata che spezza l’equilibrio, arriva invece il passaggetto orizzontale e l’appoggio al compagno più vicino. Spalletti lo sposta da mezz’ala a mediano nel centrocampo a due, arretrando il suo baricentro di venti metri per dargli un raggio d’azione più ampio, ma niente da fare: si vede solo battere (e male) calci da fermo. In attacco spazio anche al cholito Simeone (sv) che, come a Firenze, non la vede mai.

Malissimo al suo esordio da titolare. Tanguy Ndombele (4,5) è apparso per quasi tutta la (sua) partita in enorme difficoltà. Insieme ad Anguissa costituisce la cerniera di centrocampo tutta nerbo e muscoli che Spalletti sceglie per contenere le ripartenze del Lecce. Ma il francese, come Anguissa, paga il mismatch numerico di centrocampisti (due contro quattro, se non contro cinque), con l’aggravante di una condizione atletica non al top e automatismi di squadra ancora, naturalmente, da mettere a punto. Il fallo da rigore su Di Francesco è a carico suo, lento di riflessi nel farsi anticipare dall’attaccante, ma non è solo quello: lento ed impreciso in mezzo al campo, pochi palloni recuperati e inesistente in impostazione. Sul gol di Colombo, abbocca alla finta, chiudendo in ritardo sull’attaccante, che tira fuori un capolavoro, va detto. Da rivedere, naturalmente, ma al red carpet è stato un flop.

Meglio Zambo Anguissa (6), che ha più gamba del collega francese anche se gioca una partita senza strafare, ma almeno non si fa risucchiare dal vortice di centrocampisti leccesi. Inoltre, l’assenza di Lobotka gli conferisce l’onore e l’onere di imbastire qualcosa di simile ad una manovra e non sempre gli va bene, anche perchè non è esattamente compito suo, ma tra i due mediani, i piedi migliori sembrano essere i suoi, in attesa del miglior Ndombele. Sicumente, meglio di entrambi li ha Lobotka (6) che si adegua al ritmo basso della partita senza grandi acuti. Lo slovacco ci sta abituando molto bene però fa il suo senza commettere errori.

Resterà deluso chi lo voleva a difendere il pali di una squadra di Lega Pro, ma ieri Meret (7) si è meritato il titolo di migliore in campo. Qualche titubanza resta sempre con il gioco con i piedi, e non è certo consolante (per lui e per tutti) vedere che c’è qualche uomo di movimento che ci gioca anche peggio; il suo lavoro tra i pali lo svolge egregiamente, partendo come una molla per disinnescare il calcio di rigore di Colombo. Poco ci può fare sul “terra-aria” dello stesso attaccante, pochi minuti dopo, e sfidiamo chiunque a dire che Navas, o qualsiasi altro portiere, quel pallone lo avrebbe preso.

Bene Kim (6,5), poco “visuale” ma efficace quanto basta per rendere inoffensivo Colombo (gol a parte, ma non per sue responsabilità) e Ceesay. L’area di rigore sta diventando casa sua e da quelle parti non passa niente; più sicuro negli anticipi; nell’impostare l’azione dal basso e nelle uscite palla al piede. Poteva fare qualcosa di più su Colombo in occasione del gol? Ni.
Nel frattempo c’è molta curiosotà nel vederlo all’opera contro Lazio e Liverpool, contro attaccanti di livello superiore. Qualcosa in meno per il suo scudiero Ostigaard (6) che, rispetto al sudcoreano, sembra giocare con un margine di sicurezza inferiore. A volte sembra quasi gli tremano le gambe quando è costretto a giocare il pallone con i piedi, concedendosi due opzioni: o passaggio a Meret o sventagliata in avanti, quasi sempre imprendibile per Osimhen.

Curiosità anche per la partita di Olivera (6), anche lui all’esordio da titolare e alla sua primo tentativo di detronizzare il non brillante Mario Rui di questo inizio di stagione. L’uruguagio non disdegna qualche folata offensiva ed è lui che avvia l’azione che porta il Napoli in vantaggio. Poi si accende a tratti, facendo attenzione a non lasciare troppi spazi alle ripartenze leccesi. Da migliorare sicuramente l’intesa con il Kvaratshkelia o l’Elmas della circostanza, ma dal primo impatto nell’undici titolare è uscito bene.

In appannamento, dall’altro lato, il capitano. Di Lorenzo (5,5) ha la sfortuna d’incontrare l’attaccante leccese più in palla, Banda, che lo mette in difficoltà per tutta la partita con scatti e dribbling continui. Cercando di compensare con il solito contributo alla fase offensiva, è il primo a venire preso d’infilata sulle ripartenze, poco aiutato dai raddoppi di Anguissa, che arrivano in ritardo, nel qual caso riuscendo a limitare l’azione dello zambiano. Ha giocato (e giocherà) partite migliori.

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