Focus Udinese – Napoli. Alla Dacia Arena basta un pareggio. Finalmente è terzo Scudetto!

Focus Udinese – Napoli. Alla Dacia Arena basta un pareggio. Finalmente è terzo Scudetto!

Il Napoli non fallisce il secondo tentativo e con il pareggio di Udine porta a casa il terzo, meritatissimo Scudetto. Al vantaggio di Lovric, nel primo tempo, risponde il solito Osimhen nel secondo, poi saggia gestione del punteggio fino al triplice fischio di Abisso, dopo il quale si verificano incidenti tra tifosi friulani e napoletani, venuti a contatto sul terreno di gioco a fine gara.


UDINE – Al secondo tentativo, il Napoli colpisce il bersaglio grosso, azzerando in colpo solo gli oltre trenta anni di astinenza calcistica a cui la Napoli era ormai tristemente assuefatta, e così, al triplice fischio di Abisso una città intera, anzi un’intera collettività può dare sfogo alla gioia in impeto ed un esplosione di emozioni difficilmente descrivibili e commentabili.

E’ lo Scudetto forse più bello dei tre: con tutto il rispetto dei primi due, indubbiamente storici poichè i primi della storia, ma che avevano la chiara matrice “maradoniana” indelebilmente impressa su di essi, questo è lo Scudetto di tutti: della città, dei tifosi, della squadra, dell’allenatore, della società, di tutti. Tutti stasera hanno vinto insieme a questi ragazzi che hanno scritto la storia recente del Napoli.

E’ lo Scudetto della tifoseria tutta che, seppur con qualche frizione e polemica di troppo, non ha mai fatto mancare l’affetto e la vicinanza a questa squadra, che nella splendida cornice di un Maradona quasi sempre sold out, ha (ri)trovato l’arma in più, il dodicesimo uomo, che con il boato ad ogni gol degli azzurri trasmetteva quella carica, quell’impulsio, quella voglia ai ragazzi del volerlo risentire. Come quello al gol di Osimhen che ha fatto esplodere due stadi, la Dacia Arena di Udine e il Maradona di Napoli, gremito come nelle migliori occasioni a supporto degli azzurri, anche a quasi mille chilometri di distanza. Per questo, il terzo Scudetto è dedicato ai tifosi; a chi ha sempre creduto in questo meraviglioso sogno, anche a dispetto di un’ampio scetticismo che aleggiava ad inizio stagione; dedicato a chi non ci ha creduto, ma che con il tempo ha dovuto rivedere le sue posizioni, folgorato da una squadra capace di dispensare spettacolo partita dopo partita e dominando il campionato dall’inizio senza mai concedersi soste; questo Scudetto è dedicato a chi, purtroppo, non c’è più e non ha potuto giore di questo Scudetto, fermandosi ai primi due ma vivendo sulla loro pelle di tifosi le umiliazioni di un Napoli in un declino lento ed irreversibile, fino alla vergogna del fallimento. Ecco, questo Scudetto è principalmente per loro.

E’ lo Scudetto della società, del presidente De Laurentiis e del suo staff, capace di mettere su un Napoli bello da vedere sul campo e quadrato anche nei conti societari, una dicotomia che, nel calcio italiano, è sinonimo di bestemmia. Il presidente è riuscito (non da solo) in un’impresa titanica, nel portare una squadra al successo in una stagione di estrema rifondazione, dopo l’addio, la scorsa estate di calciatori che a Napoli hanno scritto la storia ma che, per varie motivazioni, hanno preferito continuare altrove la loro carriera. Grazie anche, e soprattutto, magistrale lavoro di Giuntoli, i pezzi da novanta sono stati più che degnamente sostituiti, risultando gli asset principali della vittoria del tricolori. Scelte impopolari che sono costate feroci contestazioni ma che non hanno impedito al presidente di andare avanti, diritto per la sua strada e, per l’ennesima volta, ha avuto ragione lui.

E’ lo Scudetto della squadra, ovviamente. Una squadra sorta sulle ceneri di una generazione di calciatori che a Napoli non avevano più nulla da dira, rimpiazzati da calciatori di belle speranze che con la loro brama di farsi vedere ed ammirare hanno portato quel qualcosa in più che al Napoli è sempre mancato per fare il salto di qualità. Ragazzi giovani sulle cui spalle gravava il peso di un recente passato, l’ombra di quei calciatori autori di pagine importanti ma che, sul più bello, hanno preferito andare a cercare fortuna altrove. Ma la vera fortuna è l’aver trovato calciatori come Kim, che in pochi mesi è diventato leader tecnico e carismatico della squadra, presenza essenziale nei meccanismi difensivi di Spalletti; come Kvara, destinato a diventare una star di livello mondiale che, al suo primo anno in un campionato competitivo, lascia un’impronta indelebile sulla Serie A, sulla Champions e sul terzo Scudetto napoletano. Gol splendidi, assist a ripetizione, giocate spettacolari che nella mediocrità del calcio italiano sono parse come acqua nel deserto, un fattore fondamentale e decisivo di cui ha beneficiato anche Victor Osimhen, che si consacra come uno dei migliori bomber di livello mondiale, con i suoi gol e la sua potenza devastante finalmente sfruttata nella sua interezza; e poi ci sono tutti gli altri protagonisti, dalla conferma di Lobotka, imprescindibile perno di centrocampo, al capitano di mille battaglie, Di Lorenzo, terzino indomabile, re della fascia destra che in tre anni riesce nell’impresa di diventare campione d’Europa con l’azzurro nazionale e campione d’Italia con l’azzurro partenopeo, stessa dolce sorte toccata a Jack Raspadori, decisivo con il gol allo Stadium; pensiamo a Meret, dato in partenza ad inizio stagione dopo le incertezze dello scorso anno; pensiamo a Mario Rui che, fin quando ha avuto benzina nelle gambe è stato uno dei migliori laterali sinistri in Europa  Ma in realtà, tutti sono stati protagonisti in questa stagione trionfale dove chiunque ha offerto il suo contributo, soprattutto chi ha giocato meno ma senza un’ombra di polemica. La ricetta vincente per formare uno spogliatoio unito e coeso, ingrediente alla base di una squadra vincente.

Alla guida della quale c’è uno degli allenatori più carismatici della storia del Napoli, un uomo vero, che non si nasconde dietro le parole e che ha Napoli ha coronato il sogno a cui ogni allenatore aspira: vincere lo Scudetto. Farlo a Napoli è più bello ancora e Luciano Spalletti lo sa bene, come sapeva altrettanto bene, forse più di chiunque altro, quali fossero le qualità e le potenzialità della squadra che aveva in mano. Quale premio è più meritato di questo toscano della provincia, umile nelle origini ma ricco nel suo essere uomo tutto d’un pezzo e nell’essere allenatore che sa il fatto suo, anche se privo (fino a stasera) dei titoli che ne certificassero il valore. Spalletti Luciano da Certaldo è partito dal basso, dall’Empoli fino ad arrivare in vetta, alla vittoria dello Scudetto nel modo più spettacolare possibile. Vincere a Napoli è già un’impresa ardua, ma vincere giocando in modo spettacolare, riconosciuti come una delle squadre più forti d’Europa, moltiplica la magnificenza dell’impresa a livello esponenziale. Ed il mister lo fa da protagonista, così come piace a lui, finalmente leader di uno spogliatoio privo di primedonne o di calciatori che, con il loro peso nelo spogliatoio, potessero essere d’ostacolo alle scelte del mister, libero di mettere mano a livello tecnico e tattico nel “suo” Napoli che riesce a plasmare a modo suo, conferendogli una sua precisa identità, molto simile a quella che riuscì a trasmettere Sarri qualche anno fa. I risultati sono evidenti, ottenuti attraverso la crescita tecnica di tanti componenti della rosa, la consacrazione di altri e all’esuberanza e la freschezza dei nuovi innesti. Un mix letale, magistralmente gestito da mister Spalletti che, finalmente, chiude il cerchio e si porta a casa il più meritato dei successi, costruito con esperienza e duro lavoro.

Ed è, infine, lo Scudetto di Napoli città, che attraverso i successi della Napoli sportiva si veste a festa, diventando uno dei punti focali del turismo internazionali. Orde di stranieri, da settimane ormai, riempiono gli alberghi di Napoli, trasformando la città, nei suoi luoghi più tristemente famosi, per il loro essere focolai di delinquenza, in zone di culto calcistico, dove il presente cancella il passato, dove conta solo il calcio e nient’altro, dove ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni quartiere della città, Napoli rappresenta se stessa attraverso il calcio, con il suo folklore che, finalmente, viene percepito con accezione positiva anche oltre confine. Un miracolo che sono il calcio riesce a compiere.

Resta, infine, da analizzare l’aspetto più puramente tecnico di questa storica serata, passato inevitabilmente in secondo piano: al Napoli bastava un punto per poter festeggiare il terzo Scudetto e così è stato, al termine di una gara difficile, che ha evidenziato una squadra nervosa ed ansiosa di raggiungere l’agognato obiettivo ma incapace, come contro la Salernitana, di sferrare il colpo vincente. Ad un primo tempo francamente mediocre, chiuso in meritato svantaggio contro la pimpante Udinese di Sottil grazie al gioiello balistico di Lovric, gli azzurri rispondono nella ripresa con Osimhen, che torna al gol in campionato, che mancava dalla doppietta al Grande Torino, contro la squadra granata. Dopo il gol definitivo pareggio, i partenopei hanno amministrato il punteggio con il solito giro palla, sfiorando il gol della vittoria con Zielinski. Poi, il triplice fischio di Abisso e l’inizio della festa in campo, rovinata dall’aggressione di tifosi (si fa per dire) dell’Udinese ai danni degli omologhi napoletani, entranti sul terreno di gioco per festeggiare la squadra: unica dolentissima nota in una giornata che doveva essere ricordata solo per l’eccezionalità dell’evento. Succede, ancora, purtroppo. E non va bene.

I voti: Meret (6); Di Lorenzo (6); Rrahmani (6); Kim (6,5); Olivera (6); Zambo Anguissa (6); Lobotka (6); Ndombele (5,5); Elmas (6); Osimhen (7); Kvaratshkelia (6).

Dalla panchina: Lozano (sv); Zielinski (6,5);

Il Mister: Spalletti (6)

 

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