Focus Napoli – Genoa. Ngonge l’ancora di salvataggio di una squadra alla deriva. Solo 1-1 contro i grifoni

Focus Napoli – Genoa. Ngonge l’ancora di salvataggio di una squadra alla deriva. Solo 1-1 contro i grifoni

Altro stop interno per il Napoli di Mazzarri, che lascia altri due punti per strada contro un buon Genoa che non ha demeritato. Al vantaggio, ad inizio ripresa, di Frendrup risponde Ngonge, in zona recupero. Un punto che muove la classifica ma che spinge i partenopei al decimo posto, fuori dalla zona coppe. Buon esordio di Traorè. Si rivede Natan, mentre Osimhen ha dato forfeit dopo le fatiche in nazionale.


NAPOLI – Altro giro, altra storia, anzi, la storia è sempre la stessa: il Napoli resta ancorata al palo e, questa volta, il colpo in zona-Mazzarri arriva, ma solo per salvare gli azzurri dall’ennesima sconfitta. Ngonge è il salva-Mazzarri di turno, ma fino a quando questa situazione potrà essere sostenibile?
Al Maradona termina 1-1 l’ennesima puntata di questo calvario dal titolo “campionato post-Scudetto”, dove niente, ma niente davvero va per il verso giusto. E c’è anche davvero poco da recriminare o per cui mordersi le mani: il pareggio contro il Genoa è giustissimo per quanto visto in campo, dopo un primo tempo nel quale i grifoni si sono resi molto più pericolosi dei partenopei, ma trovando il gol del vantaggio con Frendrup, con la (non) gradita collaborazione di difesa e centrocampo azzurro che ne ha facilitato creazione, sviluppo e finalizzazione.

Un leit-motiv, quello dello svantaggio iniziale, ripetuto più volte in quel del Maradona ma che, contro Salernitana ed Hellas aveva portato ad un lieto fine, con la rimonta ed il ribaltone del risultato nei minuti finali, ma non contro una squadra molto meglio organizzata in campo e dotata di individualità di rilevanza superiore. Oggi pomeriggio, il gol di Ngonge ha portato nelle casse azzurre solo un punticino ad alimentare una classifica che si fa (sportivamente) drammatica, settimana dopo settimana.

Eppure c’è chi parla anche oggi di un discreto Napoli che, dopo essere stato sfortunato a Milano, avrebbe meritato qualcosa di più anche oggi pomeriggio. Si parla di un Napoli propositivo, che ha limitato il Genoa e che ha impegnato più volte il portiere avversario. Favolette a cui credono davvero in pochi. Si è parlato, alla vigilia della partita, di quindici partite da ffrontare come fossero finali, concetto trito e ritrito che poteva andare bene dieci anni fa, quando nel Napoli giocavano giocatori in cerca di fama e di gloria, ma non nel Napoli di oggi, nel quale quelli che ci giocano stanno ancora riposando sugli allori, specchiandosi in una bellezza che è ormai un lontano ricordo.

Se è questo il modo di approcciare ad una partita come fosse una finale, allora le precoccupazioni e le paure sono appena iniziate e se qualcuno si diverte ancora a fare i conticini con le fantomatiche tabelle in un’improbabile rincorsa Champions, dovrà rimirare l’obiettivo e iniziare a guardarsi a chi c’è dietro la squadra partenopea e non più chi c’è avanti.

Decimi in classifica e con un distacco abissale dall’Atalanta, attualmente quarta e con un livello di gioco imbarazzante, senza scomodare squadre che precedono gli azzurri, anche al confronto di squadre come Torino o lo stesso Genoa che, rispetto al Napoli, hanno almeno una precisa identità di gioco ed una rosa fatta da calciatori che lottano per farsi vedere.

Qual è l’identità di gioco del Napoli? Chi lo sa. Chi lo capisce ci faccia sapere perchè, allo stato attuale delle cose, è davvero complicato comprendere il modo di stare in campo di questa squadra che, secondo mister Mazzarri, ha assimilato ben tre schemi da quando ha assunto le redini tecniche. Oggi, ad esempio, il Napoli è sceso in campo con un 4-2-3-1 con Mazzocchi a sinistra e Traorè, finalmente disponibile, a giocare da “sottopunta”, per poi concludere il match con un “4-2-confusione”, sperando in un colpo ad effetto del Kvara di turno oppure in un episodio generato dalla confusione, appunto, o dalla fortuna.

In mancanza di Kvara, come contro il Verona o di Rrahmani, come contro la Salernitana, tocca a Ngonge salvare la situazione con una bella girata su assist di Di Lorenzo. Un gol che vale la copertina per questo ragazzo, giunto da poche settimane in casa-Napoli ma già più decisivo di suoi più illustri colleghi e che può e dev’essere letto come un messaggio per il mister, che deve ripartire dall’attaccante, uno dei pochi che in questo Napoli hanno un passo diverso.

Non è una coincidenza, infatti, che proprio i nuovi acquisti di casa-Napoli siano stati i più brillanti in questa infausta partita contro il Genoa. Ngonge si è fatto apprezzare per il gol e buone giocate; Mazzocchi non ha demeritato sulla corsia mancina, diventando, in poche partite, da erede poco utilizzato di Di Lorenzo a padrone dell’out sinistro, mettendosi alle spalle la concorrenza, non aggueritissima, di Olivera e Mario Rui; anche Traorè non è dispiaciuto nell’oretta che aveva a disposizione nelle gambe, pericoloso in zona gol e presenza costante tra le linee del Genoa. Niente di eccezionale, ma tanto basta da parte di questi tre ragazzi per captare la differenza di passo e di condizione psico-fisica tra loro e i cosiddetti “veterani”.

Le note positive iniziano e finiscono qui ed è già tanto trovarne qualcuna in quest’altra giornata infausta. Il gol di Ngonge salva i campioni d’Italia da un’altra partita di estrema sterlità offensiva, nella quale il gioco d’attacco è pressochè inesistente. Nel primo tempo Kvara ed Anguissa provano a stuzzicare Martinez con due “citofonate” ben neutralizzate, ma fa scalpore la non reazione azzurra allo svantaggio di Frendrup, dopo il quale il Napoli ha dovuto aspettare solo gli ultimi dieci minuti per rendersi davvero pericoloso. Troppo, ma davvero troppo poco per meritare il pareggio, contro il Genoa che, dopo il vantaggio, ha smesso di pungere, preferendo contenere gli attacchi partenopei, arrivando a pochi minuti dal felice completamento della missione.

Poco o niente in attacco, nonostante la simultanea presenza di Raspadori, Kvara, Lindstrom, Ngonge e, in precedenza, Simeone, Traorè e Politano. Cambiano gli interpreti la musica resta sempre la stessa e lo sarebbe stata anche se in campo ci fosse stato Osimhen, di ritorno dalla fatiche nazionali in terra ivoriana. Questo Napoli è stato sterile ed improduttivo anche con il nigeriano al centro dell’attacco ma è indubbio che il suo peso e la sua pericolosità, per quanto nei dati e nei numeri, sia minore rispetto a quella dello scorso anno, sia esponenzialmente maggiore rispetto all’inconsistente Simeone e all’anonimo Raspadori, deputati a farne le veci ma con risultati incommentabili.

Incommentabile anche la difesa, che oggi deve ringraziare Meret, rientrato dopo un mese di assenza e già chiamato agli straordinari da una difesa molle ed immobile che permette a Retegui di fare un figurone con due colpi di testa, praticamente identici, su cui il portiere azzurro deve esibirsi in due super-parate. Disarmante come l’argentino riesca a colpire con facilità anche marcato (si fa per dire) dalla coppia Ostigard-Rrahmani, coppia difensiva sempre più scricchiolante ed insicura. Va anche peggio a Natan, che sbaglia al primo pallone toccato, fornendo l’assist involontario a Frendrup.

Non si salva nessun reparto, neppure la mediana, ove anche Lobotka sembra essere diventato un calciatore normale. Tanti errori che dai suoi piedi non ti aspetti, ma che poi trovano un’attenuante nel suo essere titolate inamovibile nello scacchiere di Mazzarri ma non supportato da un modulo di gioco che lo lascia troppe volte in balia degli avversari e neppure da Anguissa, anche lui poco preciso sia fuori che dentro l’area di rigore, sprecando l’opportunità di pareggiare il match con un colpo di testa che, avrebbe dovuto essere trasformato in gol.

In generale, un’enormità di errori, di limiti tecnici di una squadra senza testa nè coda, che adesso si ritrova ad affrontare il Barcellona, per quello che dovrebbe essere l’ultimo vero grande obbiettivo di questa stagione terrificante ma che rischia di essere un pesantissimo fardello, quasi un fastidio, da sostenere; Mai come in questa stagione, gli azulgrana sono una squadra temibile ma alla portata, ma per questo Napoli decisamente inarrivabile. E se dovesse fallire anche la prima tappa dell’appuntamento europeo, si vocifera di un possibile esonero di Mazzarri. Per il momento (e come già ribadito in altre occasioni) il rendimento del mister è disastroso ma la società continua nella sua riconferma. Qualcuno, dopo questo pareggio interno, ne chiedeva le dimissioni: ma perchè mai Mazzarri dovrebbe dimettersi e rinunciare a quattro mesi di stipendio garantito? E poi, quali sarebbero le alternative? Il terrificante Giampaolo? I fratelli Cannavaro? Altre toppe che sono peggiori dello strappo. Ma d’altra parte, a fine Febbraio, chi si prenderebbe la patata bollente, rappresentata da questo Napoli in crisi? Quasi nessuno, se non un allenatore, come Mazzarri appunto, che ha colto l’occasione propizia per uscire dalla naftalina, vendersi bene a De Laurentiis e proporre, in conferenza stampa, i soliti slogan da calcio medievale, che strapperebbero un sorriso, se non fosse che il buon Walter sta dando il colpo di grazia alla squadra campione d’Italia che, dopo solo un anno, potrebbe non giocare le coppe europee dopo un filotto di quasi quindici anni. Ancora più paradossale se pensiamo all’introduzione della Conference League e alla possibilità, quest’anno davvero concreta, di avere cinque squadre italiane nel nuovo format di Champions. Peccato, un vero peccato.

 

I voti: Meret (7); Di Lorenzo (6,5); Ostigard (4,5); Rrahmani (6); Mazzocchi (6); Zambo Anguissa (5,5); Lobotka (5,5); Politano (5); Traorè (6,5); Kvaratshkelia (6,5); Simeone (5).

Dalla panchina: Lindstrom (5,5); Ngonge (7); Raspadori (5); Olivera (6); Natan (5).

Il mister: Mazzarri (5)

 

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