RIYADH – Chi ben inizia è a metà dell’opera, ed il Napoli la sua prima metà dell’opera l’ha completata, battendo nella prima semifinale di Supercoppa italiana, a Riyadh, il Milan, per 2-0, a seguito di una prestazione indubbiamente solida e convincente, lontana anni luce dalla scialba e indecorosa sconfitta patita ad Udine, e che va a confermare la teoria per la quale contro le big è (quasi) sempre letale e inoltre, gli azzurri confermano un incostante rendimento che varia clamorosamente nell’arco di pochi giorni.
Dalla sciapita versione di Udine a una buona e meritatissima vittoria in Arabia Saudita, in quello che è un obiettivo che adesso va seguito e conquistato, ora che resta l’ultimo ostacolo, Inter o Bologna che sia, e portare a casa un altro trofeo, che male non fa, anche se si tratta della Supercoppa italiana che, inserita in un calendario già foltissimo, è vista più come un intralcio. Ma già che ci siamo, adesso proviamo a vincerla.
E proviamo a farlo giocando una partita tosta come questa di stasera, nella quale Conte applica un mini-turnover – ed è già una notiziona – lasciando a riposo Lang e Buongiorno per dare spazio a Juan Jesus e dirottando Elmas alle spalle di Hojlund, approfittando del rientro dall’inizio di Lobotka, che manco a dirlo, gioca una signora partita.
Ma è il centravanti danese l’uomo della svolta: per lui un assist per il gol di Neres e il grandissimo gol del raddoppio che, difatti, decide il 2-0 finale. Grande partita di Rasmus, che fin dai primi minuti mette in difficoltà la difesa milanista, incapace nell’arco dei (quasi) novanta minuti di prendergli misure, soprattutto De Winter che lo ha sofferto maledettamente in un mismatch che è stata, indubbiamente, la più importante chiave di lettura e, allo stesso tempo, fattore decisivo della partita.
Troppa la differenza di passo tra il centravanti partenopeo e il centrale rossonero, che tagliandogli spesso davanti creava i presupposti giusti per far male: così è stato per l’assist per Neres, che comodamente (non troppo) deposita nella rete sguarnita; così è stato per il gol del 2-0, allorquando il taglio davanti di Rasmus elude le velleità difensive di De Winter per poi freddare Maignan con un diagonale preciso.
La presenza stessa dell’ex-United ha rappresentato un fattore importante di questa semifinale, che in estate avrebbe potuto vestire proprio la casacca meneghina, salvo poi accasarsi al Napoli, mentre il Milan di stasera, che in attacco presentava Nkunku e Pulisic e orfana di Leao e Gimenez, ha palesemente sofferto l’assenza di una vera punta di spessore. E non sempre può pensarci lo statunitense a mettere le pezze sui buchi di una rosa, evidentemente limitata in certe zone del campo e con Nkunku che si conferma un’enorme delusione. E adesso, per Conte, si apre il dilemma, con Lukaku pronto al rientro, su chi far affidamento per la guida dell’attacco dei campioni d’Italia. Vero che Hojlund, nonostante i tremendi alti e bassi di rendimento da cui è afflitto, sta comunque disputando una discreta stagione, trainando l’attacco da inizio stagione, e “questo” Hojlund di stasera sarà difficile da panchinare, anche per il “figlioccio” calcistico di Conte, promto a riprendersi il suo posto.
Ma sarebbe riduttivo descrivere la vittoria del Napoli come figlia, unicamente, del duello vinto da Holjund ai danni di De Winter. No.
La conquista della finale di supercoppa è la conseguenza di una partita affrontata con la giusta concentrazione e senza quei vistosi cali di attenzione, specie in situazioni di vantaggio, che i partenopei pagano sempre e profumatamente. Contro il Milan, la squadra azzurra non ha mai abbassato la guardia, disputando una partita impeccabile in ogni reparto. Difesa ermetica e quasi mai messa in difficoltà, un centrocampo che con Lobotka ritrova ritmo e fluidità di manovra, l’attacco che con Hojlund, ma anche con un ottimo Neres e un Politano meno fumoso del solito. In più, una grande intensità, anche sotto l’aspetto fisico, dove forse il Milan avrebbe potuto avere qualcosa in più, che invece non c’è stato, proprio per quella “garra” agonistica che in tante altre occasione è venuta a mancare, soprattutto al cospetto di squadre di retaggio inferiore che sopperiscono alle mancanze tecniche con la corsa ed il fisico.
Come a Torino, a Udine, o a Lecce o contro il Bologna (anche se quest’ultima è da considerarsi sicuramente di livello superiore), la presunzione di superiorità contro una squadra meno blasonata, solo per il fatto di portare lo Scudetto sul petto è stata la prima causa di sconfitte allucinanti e di prestazioni indecorose, più di quanto possa aver determinato una squadra mal messa in campo o tartassata dagli infortuni. Si vede a occhio nudo quando questa squadra ci mette la volontà, la concentrazione, l’approccio mentale giusto e quando, invece, questi aspetti vengono meno e contro il Milan, contro una big, in una semifinale di una competizione comunque importante, la mentalità ha fatto la differenza, insieme ad altri aspetti tecnico-tattici che non vanno ridimensionati.
Come detto, la fase difensiva degli azzurri è stata praticamente perfetta, nonostante l’assenza di Buongiorno – ultimamente non in grande spolvero – sostituito da Juan Jesus che è stato tra i migliori in campo, e di Beukema, quest’ultimo sostituito da Di Lorenzo, in veste da “braccetto”, ma fortunatamente senza conseguenze, guidati da Rrahmani nella veste di grande leader difensivo, in una prestazione tra le migliori stagionali. Nkunku e, soprattutto, lo spauracchio Pulisic riescono poche volte ad essere veramente pericolosi dalle parti di Milinkovic Savic.
Il centrocampo con la presenza di Lobotka, acquisisce quella fluidità di gioco che in assenza dello slovacco non si può ottenere e che ieri sera ha prodotto alcune trame di gioco, ottime uscite dal basso accompagnate da fulminee ripartenze anche belle a vedersi. Lobo, attorno al quale si catalizzano quantità enormi di palloni, s’incarica di catturare e smistarne a destra e sinistra, con evidenti benefici sia della difesa, non più costretta ad uscire per costruire oltre che difendere, sia l’attacco che può gestire e giocare un numero superiore di palloni. McTominay si occupa di fare legna a centrocampo, a fare battaglia con i nerboruti colleghi milanisti, Rabiot e Loftus Cheek, mettendoci sempre la gamba nei contrasti e nella corsa a tutto campo, il chè lo porta ad essere meno lucido sotto porta: sul 2-0, il “vero” McTominay non avrebbe avuto problemi a mettere il pallone alle spalle di Maignan, invece di spedirlo nel cielo di Riyadh. Resta una prova gagliarda dello scozzese che però, come detto anche in altre circostanze, dovrebbe fermarsi per rifiatare.
In attacco, Hojlund a parte, bene anche Neres, che oltre al gol del vantaggio si produce in strappi ed accelerazioni che mettono in difficoltà il reparto arretrato milanista. Elmas è forse quello che ruba meno l’occhio, ma il macedone non può, ogni volta, metabolizzare in pochi minuti padronanza e movimenti del ruolo e quindi ne esce un po’ spaesato e fuori contesto. Come assist-man meglio Spinazzola, che da il via per l’azione del vantaggio, imbucando per Hojlund; Politano, dall’altra parte, si prodiga nel suo solito grande dispendio di energie, in aiuto alla difesa e a supporto dell’attacco: qualche nuona giocata in una partita, alla lunga, apprezzabile ma senza grandi sussulti. Insomma, alla Politano, se ci passate il termine.
In generale, possiamo essere soddisfatti di questa partita e della conquista della finalissima, nella speranza di aver trovato finalmente un certo equilibrio, dopo mesi di grande incostanza.
Contro Inter o Bologna servirà comunque un grande Napoli, forse anche di più, poichè sia Inter e Bologna hanno qualcosa in più di questo Milan, sceso in campo, tra infortuni e turnover, molto rimaneggiato. Ma questo non deve togliere nulla ai meriti del Napoli che ha giocato la sua gara, interpretandola al meglio, meritando senza discussione, vittoria e qualificazione.
Ora, non resta l’ultimo step per portare a casa questo trofeo, che diventa ben accetto solo dopo averlo vinto e chiuderebbe l’anno solare con due trofei in bacheca. Due anni fa non andò troppo bene, con la sconfitta in finale, proprio contro l’Inter, dopo aver sconfitto la Fiorentina in semifinale. Ma era un Napoli diverso, alle prese con le difficoltà di dover difendere il primo Scudetto dopo l’era-Maradona. Oggi, quel carico di responsabilità c’è sempre, ma anche grazie a Conte, è meno improbo da gestire, sebbene tra una miriade di difficoltà. La cartina di tornasole sarà la trasferta di Cremona, insidiossima, per la qualità dell’avversario e per le difficoltà constatate nel dover affrontare squadre, almeno sulla carta, inferiori. Ma del campionato ne riparleremo da Martedì in poi, perchè da qui a Lunedì sarà la finalissima a tener banco, sperando di commentare e festeggiare un nuovo trofeo.
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