Giornalista ucciso ad Eboli: la doppia vita di Esposito, dalla falsa moglie al movente sessuale dell’omicidio

SALERNO E PROVINCIA – Nuovi particolari sull’inchiesta riguardante l’omicidio del giornalista Luca Esposito, all’anagrafe Luigi, avvenuto ad Eboli nei giorni scorsi. A svelarli, l’edizione online de Il Mattino.

Tanti particolari sarebbero emersi in merito alla “vita parallela” che l’uomo conduceva. Non era vero che lavorava all’Arpac, che era iscritto all’Ordine dei Biologi, che aveva una moglie farmacista di nome Federica originaria di Caserta. Anzi, a volte dimenticava anche il nome di quella che definiva moglie e, con qualcuno, la chiamava diversamente. Un matrimonio di cui parlava soprattutto negli ambienti sportivi, con colleghi non campani, durante banali scambi di parole in attesa delle partite di calcio. Perché il calcio era la sua vera passione. Partecipava anche a trasmissioni sportive di diverse emittenti locali come opinionista e la sua verve, oltre che la sua prepotenza dialettica, lo portavano sempre al centro dell’attenzione.

Non era vero neanche che sabato sera era diretto in un lussuoso resort ad Agropoli. Lui sabato sera stava andando proprio ad Eboli, dove aveva un appuntamento. Un appuntamento a sfondo sessuale con un giovane ragazzo tunisino, Ridha Rahmouni, ventisei anni compiuti lo scorso maggio.

Era questa la verità che teneva nascosta. A tutti. Non ne parlava con nessuno, neanche con le due sorelle, le uniche familiari che gli erano rimaste.

Diceva a tutti – prosegue ilmattino.it – di non essere raggiungibile fino alle 15, perché lavorava. Ma quella non era la verità. O, forse, era un modo per nascondere la realtà. E la professione di giornalista, pubblicista, era la sua seconda vita. Quella ufficiale. È proprio il tunisino 26enne a raccontare un’altra vita parallela, quella di cui non parlava con nessuno. E lo fa durante il lungo interrogatorio ai carabinieri che lo hanno rintracciato attraverso un’impronta trovata nella Lancia di Luigi-Luca. «Era diventato pressante» ha detto agli inquirenti subito dopo essere stato portato in caserma dove ha ammesso l’omicidio. «Approfittava dello stato di necessità di tutti noi per avere rapporti a pagamento», ha detto ancora. E il «tutti noi» sarebbe riferito ad altri giovani stranieri impiegati come braccianti agricoli. Il 26enne arrestato ieri è irregolare sul territorio nazionale ma lavora in un campo dove si coltivano angurie. Sarà ora il cellulare della vittima a raccontare di più. Uno dei due telefoni, quello che il ragazzo aveva portato via con sé dopo averlo prima massacrato di botte e poi avergli dato fuoco. Anche qui due telefoni, uno ufficiale e l’altro forse no.

È su questo binario che gli investigatori troveranno le risposte che da giorni cercano. Ma anche le conferme al racconto dell’omicida: «Ci mandava messaggi e ci faceva telefonate fino a quando non acconsentivamo a vederlo».

La professione giornalistica

L’unica certezza è che Luigi, non Luca, faceva il giornalista sportivo. Una carriera altalenante, rapporti inesistenti con i colleghi di sala stampa. Si era occupato di Nocerina, poi di Juve Stabia, di Salernitana e dell’Avellino. È questa, la zona irpina, quella che diceva di «coprire» per conto dell’Arpac e qualcuno, nei giorni scorsi, ha persino riferito di averlo visto scendere da una vettura dell’Agenzia regionale per l’ambiente. Voci.

La realtà è che gestiva il sito Tutto Salernitana, nato successivamente al Tutto Nocerina. Nel suo curriculum collaborazioni con un quotidiano locale e una emittente del Cilento, quindi con un’agenzia stampa sportiva. Lo sport era il suo mondo, forse l’unico. Quello che gli consentiva di poter pagare le spese di casa, le trasferte, l’auto, gli incontri sessuali. Almeno così sembra. Viveva di sport occupandosi anche del settore giovanile.

Avrebbe avuto dei rapporti professionali con alcune società attraverso le quali faceva transitare giovani talentuosi delle Giovanili o della Primavera. E, attraverso questi «scambi» di giocatori, aveva il suo tornaconto economico.

Personaggio televisivo noto, non tutti a Lancusi lo conoscevano di persona. Dopo la morte del padre aveva lavorato in fabbrica come lui. Ma non era la vita che voleva. Preferiva studiare, diceva. Laurearsi. Lavorare per l’Arpac, che invece ha smentito. Come è stata smentita anche la sua iscrizione all’Albo professionale dei Biologi. Raccontava di occuparsi della filiera bufalina. A giorni sarebbe stato a Cascia, per il ritiro della Salernitana.

La confessione del killer: «Era pressante per questo l’ho ucciso»

A svelare il movente del brutale assassinio di Luigi “Luca” Esposito è il presunto omicida, il 26enne tunisino Ridha Rahmouni, arrestato nella notte tra venerdì e sabato dopo essere stato rintracciato in un casolare abbandonato, e abusivamente occupato, a un paio di chilometri dal luogo in cui avrebbe picchiato e poi bruciato, ancora vivo, il giornalista sportivo 53enne. La svolta nell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Salerno guidata da Raffaele Cantone, si registra in 48 ore, cinque giorni dopo il rinvenimento dei resti carbonizzati della vittima in un terreno agricolo a Eboli. Ciò che non rende noto la Procura filtra dal lungo interrogatorio del tunisino. Si è detto infastidito dalle attenzioni di natura sessuale che gli venivano rivolte dalla vittima.

Il 26enne avrebbe detto che Esposito intratteneva rapporti intimi a pagamento con alcuni suoi connazionali e che quella stessa tipologia di interazione voleva averla anche con lui. Si sarebbe sentito pressato da un’attenzione che, ha sostenuto davanti al pm, non avrebbe ricambiato e che non sarebbe mai sfociata in un avvicinamento fisico. Ma, racconta ancora il 26enne, Luigi non si arrendeva e, questo risulta dall’analisi del traffico telefonico intercorso tra i due, i contatti andavano avanti a ritmi serrati. Accade anche poco prima dell’omicidio. Nel pomeriggio di sabato i due si sentono e concordano l’appuntamento. Luigi ci arriva a bordo della sua auto, il tunisino giunge in bicicletta. L’incontro si trasforma presto in una lite, il 26enne lo picchia brutalmente (riferisce agli inquirenti di averlo fatto a mani nude), poi utilizza della plastica, una coperta e delle sterpaglie e appicca il fuoco. L’indagato sostiene anche di non essersi accorto che Luigi era ancora vivo. Ma c’è anche un altro aspetto che Rahmouni mette in luce nel corso della confessione fiume: oltre a non tollerare quelle attenzioni, ritiene di dover mettere fine al meccanismo di “tentazione” cui Luigi sottoponeva i suoi amici. Il bisogno di soldi avrebbe spinto alcuni di loro, che potrebbero essere individuati presto per riscontrare ciò che l’arrestato ha riferito, ad accettare di avere rapporti intimi con la vittima. Una cosa che il 26enne, che si è detto musulmano credente e praticante, non poteva più permettere. Luigi veniva visto come un soggetto che sviava i suoi amici dalla preghiera e che spingeva persone di sua conoscenza, e a cui era affezionato, a pratiche, quale la fornicazione tra uomini, che la sua religione non accetta e che, anzi, punisce. Un racconto che fa rabbrividire e che dovrà ovviamente trovare riscontro nelle indagini che la Procura di Salerno non ha certo chiuso con l’arresto della notte scorsa. Dopo aver confessato, il tunisino (difeso dall’avvocato Giovanni Mauri) è stato condotto al carcere di Salerno, in attesa dell’udienza di convalida. Comparirà davanti al gip lunedì. L’indagato era arrivato a Lampedusa a giugno del 2023, un anno e mezzo dopo la Questura di Salerno nega il permesso di soggiorno ma lui riesce a sfuggire a un decreto di espulsione. Nelle banche dati della polizia era noto anche come Amed Jamal e risulta anche una denuncia per occupazione abusiva di un immobile ad Altavilla Silentina, nel Salernitano.

Il blitz con l’arresto del killer

Il blitz dei carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Salerno supportati dai colleghi dello squadrone Cacciatori di Puglia, è scattato dopo la mezzanotte di venerdì. Il casolare è stato accerchiato ma il 26enne prima ha tentato la fuga e poi si è barricato all’interno. Una volta avuto accesso al tugurio in cui l’indiziato si nascondeva, i carabinieri hanno trovato il cellulare scomparso di Luigi, la sua carta di credito e un anello d’oro bianco la cui provenienza dovrà essere chiarita. Il cellulare di cui non si è disfatto (che ne ha consentito la geolocalizzazione) e un’impronta digitale sui fari posteriori della macchina di Luigi, uniti a una precedente foto-segnalazione delle forze dell’ordine, hanno consentito di “blindare”, almeno in questa fase, il quadro accusatorio a carico del 26enne. Le ricerche, particolar mente complesse, sono durate due giorni. La zona è infatti piena di casolari abbandonati e di immigrati irregolari che vivono di espedienti, circostanze che rendevano complessa l’individuazione dell’indagato. Nel decreto di fermo vengono messi in fila tutti gli elementi della vicenda e la loro concatenazione. In primis il dato relazionale perché Rahmouni ed Esposito risultano «collegati attraverso contatti telefonici ripetuti» iniziati settimane prima del delitto ed intensificatisi proprio quella sera; quello spaziale «nelle ore decisive le rispettive utenze convergono nel medesimo quadrante territoriale». L’aspetto dinamico della vicenda evidenzia «filmati e dichiarazioni» che documentano movimenti compatibili con un appuntamento cui erano presenti l’auto di Esposito e la bici del suo assassino. C’è poi la famosa impronta sull’auto di Esposito che “certifica” l’avvenuto incontro. Dopo il delitto, poi, i contatti, fino a quel momento sostenuti, si interrompono di colpo e il 26enne attiva un’altra sim usando però il suo unico cellulare, come a voler «schermare» la comunicazione dopo il fatto. Infine la perquisizione: il tunisino aveva telefono e bancomat di Luigi.

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