A Pozzuoli un gesto banale trasforma un pezzo di Campi Flegrei in cenere: la storia di un incendio racconta l’abbandono di un territorio lasciato a se stesso
Bastano un accendino, mezza bottiglia di alcol etilico e la voglia di liberarsi di qualche foglia secca per cancellare settantamila metri quadrati di macchia mediterranea, l’equivalente di dieci campi da calcio. È successo a Pozzuoli, nei pressi dell’ex base Nato di via delle Colmate, dove un uomo di 52 anni, già noto alle forze dell’ordine, ha tentato di bruciare alcune sterpaglie e ha perso il controllo delle fiamme. Il bilancio è un disastro ambientale, case sgomberate e un arresto lampo dei carabinieri della stazione di Licola. Eppure la domanda più scomoda resta senza risposta: perché in Italia basta così poco per trasformare un gesto quotidiano in un’emergenza che dura giorni?
La zona di via delle Colmate non è un terreno qualunque, è un lembo di Campi Flegrei, area fragile per natura, stretta tra il bradisismo che solleva e abbassa il suolo e un’urbanizzazione che negli anni si è espansa senza troppi complimenti verso l’ambiente circostante. In mezzo, i resti di un’ex base militare: terreno che non è né pienamente sorvegliato né davvero gestito, lasciato crescere su se stesso per anni. Sterpaglie, arbusti secchi, vegetazione mai tagliata: il combustibile perfetto, ammassato lì, in attesa solo di una scintilla. Non è servito un piromane esperto per accenderlo, ma semplicemente un uomo con un accendino e la convinzione, probabilmente radicata da una vita, che bruciare qualche foglia secca sia un gesto innocuo.
Quello dell’uomo di Pozzuoli non è un caso isolato, ma la replica quasi identica di centinaia di episodi che ogni estate incendiano il Sud Italia. Proprietari di terreni incolti che si sbarazzano di rami e foglie con un fiammifero, chi brucia le stoppie dopo il raccolto, chi considera il fuoco uno strumento di pulizia più che un pericolo. Le ordinanze regionali che vietano di accendere fuochi liberi nei mesi a rischio esistono quasi ovunque, ma restano lettera morta per chi le ignora da sempre e per chi dovrebbe farle rispettare senza avere uomini, mezzi e tempo sufficienti per farlo.
A complicare il quadro c’è un territorio diventato con gli anni oggettivamente più infiammabile. Estati più lunghe, piogge più rare, vegetazione secca già a giugno: quello che un tempo poteva restare un piccolo focolaio domabile in pochi minuti, oggi si trasforma con facilità in un fronte di fuoco che avanza per ettari. Il problema non riguarda più soltanto chi accende la fiamma, ma la quantità di materiale pronto a bruciare che il territorio si porta dietro: sterpaglie mai tagliate, terreni abbandonati, boschi senza manutenzione. Una questione di gestione del territorio, prima ancora che di responsabilità penale del singolo.
Di fronte a un incendio, lo Stato manda i vigili del fuoco, fa intervenire i carabinieri, sgombera le case, arresta il responsabile. Tutto corretto, tutto necessario. Ma prima dell’incendio, il silenzio: nessuno che tagli le sterpaglie sui terreni abbandonati, nessuno che controlli le aree militari dismesse, nessuna campagna che ricordi, ogni giugno, che accendere un fuoco su un terreno secco può voler dire radere al suolo sette ettari in poche ore. La prevenzione costa, richiede personale e programmazione; la repressione arriva quasi da sola, con l’arresto che fa notizia e chiude il caso agli occhi dell’opinione pubblica.
L’uomo arrestato era già noto alle forze dell’ordine, ora si trova ai domiciliari, in attesa di giudizio, per un reato che ha causato la distruzione di sette ettari di vegetazione, lo sgombero di abitazioni e un rischio concreto per la sicurezza di un intero quartiere.
Il fuoco di Pozzuoli si spegnerà, i vigili del fuoco lasceranno un terreno nero, le famiglie sgomberate rientreranno nelle loro case. Il vero incendio, però, quello che cova sotto la cenere delle sterpaglie mai tagliate e delle ordinanze mai fatte rispettare, resta acceso. Tornerà a bruciare la prossima estate, nel prossimo terreno abbandonato, con il prossimo accendino acceso da qualcuno convinto di occuparsi solo di qualche foglia secca. E allora la domanda non sarà più chi ha appiccato le fiamme, ma chi, per anni, ha lasciato che il territorio diventasse così pronto a bruciare.




