GIUGLIANO – Il Santo protettore è un’icona in cui, da sempre, si riconoscono tutti: nobili e popolino, laici e religiosi, eruditi ed incolti. San Gennaro sta a Napoli, come San Nicola a Bari e Sant’Ambrogio a Milano. Il Patrono non è semplicemente un clerical symbol, ma storia ed antonomasia della città. A Giugliano, un tempo, si pregava Santa Giuliana.
Giuliana nacque intorno al 285 a Nicomedia, oggi Izmit, città della odierna Turchia. Promessa sposa ad Evilasio, prefetto della città, pose come condizione al matrimonio la conversione del fidanzato al Cristianesimo. Di fronte a questa pretesa fu denunciata e condotta davanti al tribunale. Nonostante torture e prigionie, non rinnegò mai la propria fede e venne condannata a morte. Le sue reliquie furono trasferite nel 568 da Nicomedia a Pozzuoli e poi portate a Napoli nel 1207. Da questo momento, per quattro secoli, influenzati dai vicini puteolani e napoletani, i giuglianesi hanno cominciato a venerare la Santa martire.
Giugliano aveva dunque un modello di protezione all’avanguardia: una specie di eroina che combatteva i potenti con la forza della ragione e della propria convinzione. Santa Giuliana avrebbe rappresentato un ideale di vittoria del femminismo ante litteram, una battagliera della condizione femminile, in opposizione alla bieca ostinazione del torrido maschilismo di provincia.
Femminismo come sincerità, libertà d’espressione e forza d’animo; maschilismo come conservazione del potere, rigidità di pensiero ed atteggiamenti ostinati. C’era tutto questo nella vita Santa Giuliana e non poteva che far onore ai giuglianesi adorarla. Giugliano sarebbe divenuta la città della paladina virtuosa, potendo erigersi ad urbs della libertà.
Nel 1600, però, la nobiltà volle rivendicare uno spirito guerriero. Non poteva ammettersi che una forte realtà ducale affidasse preghiere ad una santa donna. Chi avrebbe protetto la popolazione da eventuali invasioni? A Giuliana si poteva chiedere, ad esempio, di propiziare il raccolto, ma non certo di sfoderare la spada e difendere il territorio.
Si scelse allora di mandare una delegazione a Sora per recuperare le spoglie del guerriero dalmata Giuliano, martire decapitato nel 161 d. C., durante l’impero di Antonino Pio, per non aver abiurato alla predicazione del Vangelo. La spada, l’elmo e l’armatura davano più sicurezze rispetto al candore di una donna che lotta per i propri valori. Virtù guerriera e virilità vennero assunte a parafrasi della protezione, perché potevano garantire prestigio: oggi vedremo una scelta del genere come una chiara manovra politica carica di antifemminismo e disprezzo di genere.
Altra santa, altra simil quaestio: Santa Sofia è un’ulteriore effige pei giuglianesi che, nel 1600, le hanno dedicato un bellissimo tempio nel cuore del centro cittadino. Sofia, (o Sonia) che vuol dire sapienza, è madre delle giovani Elpis, Pistis ed Agape, dal greco rispettivamente Speranza, Fede e Carità. Le quattro donne furono fatte fustigare e poi decapitare dall’Imperatore Adriano nel 122 d. C. per aver predicato la castità, quale valore fondante la propria fede.
Anche in questo caso uno scontro, per così dire, coi poteri forti per le eroine dall’allegorico nome che combattono l’egemonia culturale in nome di un ideale di vita. Sofia, dunque, avrebbe rappresentato senza dubbio anch’essa un riferimento di donna vigorosa, una battagliera che non accetta compromessi per onorare il proprio credo: Giugliano avrebbe avuto come Santa Patrona una pasionaria.
Nulla da eccepire sulle mirabiles virtutes di San Giuliano, ma per quale motivo Giuliana e Sofia non rappresenterebbero abbastanza due modelli di santità a cui votare la fede cittadina? Le decisioni le prende chi comanda.
Il clero ha consentito una sola venerazione femminile: quella della Madonna della Pace, unico baluardo approvato da una religione scritta e costruita da uomini. La parità di genere è, a ben vedere, in pericolo anche per i santi.
Giugliano piace guerriera e baldanzosa e su questo assunto le velleità nobiliari non hanno ammesso repliche. A Santa Giuliana e a Santa Sofia va il massimo rispetto di avere apostolato e combattuto, ma la patronalità è un’altra cosa e non può essere per loro.
In un contesto, però, che nasce libero e connotato da originarie devozioni a figure femminili, si può imprimere il cambiamento, ma non sradicare di certo la tradizione. Ed infatti la soddisfazione più grande sta in quello stendardo cittadino dai colori giallo- blu che dipinge una donna ingravida sdraiata sul prato. Non c’è supremazia che tenga: alla fine vincono le donne e a noi uomini non resta che alzare le mani.




