Quello che è accaduto ad Anguillara Sabazia va oltre la cronaca nera. Chiama in causa il peso umano di una tragedia che si allarga, fino a travolgere anche chi non ha sferrato le coltellate.
Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, genitori di Davide Carlomagno si sono tolti la vita dopo l’arresto del figlio per l’omicidio della moglie, Federica Torsullo. Un gesto estremo che nasce dentro un crollo totale. Non una scelta improvvisa, ma l’esito di una frattura interiore profonda.
C’è la vergogna pubblica. Quella che espone, isola, marchia. Quando un figlio uccide, il giudizio sociale non si ferma all’autore del delitto. Colpisce la famiglia. Scava. Non concede appigli.
C’è il rimorso. Non per ciò che si è fatto, ma per ciò che non si è visto, non compreso, non fermato in tempo. L’idea di aver fallito come genitori diventa una condanna quotidiana. Ogni ricordo si trasforma in accusa silenziosa.
C’è il senso di colpa. Irrazionale, ma devastante. La convinzione di aver messo al mondo un uomo capace di un atto irreparabile. Di aver contribuito, anche senza volerlo, a una tragedia che non lascia spazio alla redenzione.
C’è il dolore per la vittima. Per una donna uccisa. Per una vita spezzata che rende insopportabile ogni tentativo di spiegazione o difesa. Per un nipotino a cui non si riescono a dare spiegazioni. Restare in vita, in quel contesto, significa convivere ogni giorno con l’assenza e con l’orrore.
C’è infine la solitudine. Quando tutto crolla insieme, affetti, ruolo sociale, identità , futuro. Quando non resta più nulla a cui aggrapparsi.
Questo doppio suicidio non assolve nessuno. Non attenua la gravità del femminicidio. Non riscrive le responsabilità . Racconta però un dato umano duro, scomodo, che va guardato senza retorica: la violenza genera altra distruzione, a catena. E lascia dietro di sé macerie che colpiscono anche chi resta.




