NAPOLI – Per questo Napoli è sempre una questione di rigori, che talvolta danno, altre tolgono. Quello di Genova, per salvare le penne al Ferraris a tempo scaduto, quelli dicussi e discutibili, dati o non dati, in episodi sparsi nelle ultime settimane; senza tralasciare quello fatidico di Copenhagen, che trasversalmente è stata causa dell’eliminazione in Champions. In coppa Italia, la lotteria dei penalties aiutò la squadra di Conte ad superare il Cagliaeri ed arrivare ai quarti, laddove l’avventura in questa manifestazione s’interrompe bruscamente per mano del Como, sempre ai calci di rigore, dopo l’1-1 maturato dopo i novanta regolamentari.
Ed ecco, così, abbandonare anche un altro obiettivo, che da qualche settimana a questa parte aveva iniziato a permearsi di lustro ed importanza, nel tentativo di addolcire una stagione, al momento, abbastanza amara e tutta in salita, da qui alla fine.
Ma a passare è il Como, che andrà, dopo quaranta anni, a giocarsi una semifinale di coppa nel derby tutto lombardo contro l’Inter. Poteva esserci il Napoli? Sicuramente si, con un pizzico di buona sorte in più e la freddezza necessaria dagli undici metri per avere la meglio durante questa roulette russa. Dire, però, che il Como abbia demeritato sarebbe, allo stesso tempo, abbastanza ingiusto, in una partita per la quale, fosse stata di campionato, avremmo parlato di un pareggio giusto, per quanto fatto vedere dalle due squadre.
Napoli discreto, che a tenuto il pallino del gioco per buoni tratti del match ma che, come sempre, in porta tira molto poco. Il Como, dal canto suo, si presenta al Maradona con un pglio attendista piuttosto desueto per essere farina del sacco di Fabregas, mettendosi più in posizione di attesa, ma provando a pungere al momento giusto.
Cosa che accade puntualmente, soprattutto sulle corsie esterne, dove Mazzocchi preferito inizialmente a Gutierrez ed Olivera soffrono oltremodo la velocità degli esterni di Fabregas, Addai e Baturina.
Oltre al terzino destro ex-Salernitana, gli azzurri di Conte, orfani anche di McTominay si presentano con Giovane dal primo minuto e Beukema, sostituto nel terzetto difensivo in luogo di Buongiorno, a cui il mister non ha offerto una seconda possibilità dopo la disastrosa prestazione di Genova.
La partita non è bruttissima, abbiamo visto molto peggio, sebbene di tiri in porta se ne vedono pochi e le giocate individuali latitano, da ambo le parti, lasciando spazio a lunghe sventagliate a tagliare il campo in lungo ed in largo, ed in tal senso il Napoli avrebbe qualche possibilità in più, rispetto ai lariani, di far male, ma la pericolosità sta solo nelle intenzioni, mentre Butez tutto sommato passa una prima metà di gioco quasi inoperosamente.
Il Como è comunque bravo a ripartire e rendere fruttosa una delle poche vere giocate “da Como”, con imbucate veloci a prendere d’infilata i partenopei. Valle s’infila detro Mazzocchi, mettendo in mezzo un traversone che Smolcic dovrebbe solo spingere in rete, non fosse per Olivera, che da dietro lo falcia, per un rigore più che netto, forse l’episodio meno discutibile delle ultime settimane calcistiche. E stavolta Paz si fa da parte, dopo tre errori di fila, lasciando a Baturina l’onore e l’onere di andare faccia a faccia con lo spauracchio Milinkovic-Savic. Il croato è chirurgico nell’esecuzione, incrociando perfettamente con l’angolo basso alla destra del portiere serbo, che non riesce davvero per pochi centimetri a compiere l’ennesimo paratone dal dischetto.
E tra tanti dubbi ed incertezze che attanaglia questa squadra, l’unica certezza al momento è quella di Vergara: anche ieri il migliore dei ragazzi, in gol per la terza volta, sempre al Maradona ed in tre competizioni diverse. Dopo Champions League e Serie A arriva anche il primo timbro in coppa Italia, che purtroppo non servirà alla qualificazione. Servirà, almeno, per arrivare ai calci di rigore, dopo un tempo – il secondo – che vede il Napoli in pressione più costante ma mai capace di impensierire seriamente Butez. Rientra Politano, dopo qualche settimana di assenza e fa il suo esordio anche Alisson Santos, nel valzer di sostituzioni che coinvolge le due squadre.
Il brasiliano, alla sua prima apparizione, non lasce grandi tracce di se, tra un paio di serpentine ed un paio di angoli calciati senza esito. E’ però uno dei cinque tiratori “scelti” nella lotteria dei penalties, ottemperando al suo dovere, trasformando egregiamente il suo rigore, ma è ovvio che il suo inserimento nei meccanismi di squadra andrà monitorato gradualmente, Così come quello di Giovane, anche lui sotto esame, per lui una grande occasione per mettersi in mostra e far vedere le sue qualità, quelle per cui la società ha investito una ventina di milioni, investimento per il quale, servirà altro tempo per percepirne la bontà, ma non in questo momento, non ieri dove il brasiliano ha giocato qualche pallone ma quasi mai ha dato l’idea di essere un fattore decisivo della partita. La sostituzione nel secondo tempo era scontata anche se avesse giocato meglio di come ha fatto, figurarsi dopo una prestazione poco appariscente che non gli vale la sufficienza.
Riappare anche Lukaku, che con il passare del tempo aumenta i giri di motore, a cui Conte concede, nel finale, un quarto d’ora abbondante nel tentativo di scardinare la difesa, non impenetrabile del Como, ma che con il solo Hojlund ormai sfiancato difficilmente avrebbe potuto averne ragione. Difatti, con il belga niente è cambiato, ma almeno si sperava che dagli undici metri la sua presenza avrebbe portato effetti benefici.
Purtroppo, i rigori fatali agli azzurro sono stati due: uno proprio quello del belga, che angola fin troppo il suo mancino, spedendo il pallone direttamente sui cartelloni pubblicitari. Errore non da lui, che ha fatto della precisione dal dischetto una delle sue migliori doti in curriculum. Dote che non ha il buon Lobotka, calciatore straordinario nel ruolo e nell’interpretazione che ha nel svolgere i suoi compiti, ma che ha un rapporto a dir poco astioso con la porta avversaria. E’ lui che sbaglia il penalty decisivo, ma va detto che anche Butez fa una bella parata, perchè il rigore dello slovacco non era male. Milinkovic stavolta non veste i panni del super-portiere para tutto, “limitandosi” a neutralizzare il solo rigore di Perrone, in compenso da un altro saggio delle sue potenzialità balistiche, nel suo rigore calciato e segnato in maniera anche piuttosto fortunosa: la bordata che sibila vicino Butez prima spacca la traversa, per poi sbattere sulla schiena del portiere belga, per colpire il palo interno e poi, finalmente, entrare in porta. Insomma, da lì si capiva che il bonus il Napoli se l’era giocato con quel tiro.
Peccato. Poteva finire in modo diverso, ma è andata così. Fa male abbandonare un’altra competizione, cha ad inizio stagione non era di primaria importanza, ma che lo è diventata con il passare delle settimane. Resta adesso solo il campionato, in una stagione che, adesso, si può dire – a meno di stravolgimenti clamorosi – molto sotto le aspettative. Fare la corsa sull’Inter per lo Scudetto rasenta l’utopia, a meno di passi falsi dei nerazzurri,che da inizio anno non sbagliano un colpo, mentre è più verosimile un campionato di protezione della posizione, magari tentando un recupero sul Milan, giusto per il magro gusto della consolazione di essere i primi tra i perdenti.
E Domenica c’è la Roma al Maradona, impegno tosto contro una squadra in forma, che ha trovato in Malen l’amuleto per risolvere i suoi problemi in attacco. Quelli del Napoli, invece, dovrà risolverli, maggiormente, l’infermeria, dalla quale si aspettano buone notizie che puntualmente non arrivano mai.
Si spera di recuperare almeno McTominay per la sfida ai capitolini, in attesa di recuperare qualcun’altro dei lungodegenti almeno per fine Febbraio. Nel frattempo, addio coppa Italia: se ne riparla l’anno prossimo.
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