Nepal, il bambino nel fiume e gli smartphone puntati: quando l’indifferenza diventa contenuto

Mercoledì 26 agosto, poco dopo le otto e quaranta del mattino, un pezzo di ghiacciaio si è staccato tra le montagne al confine fra il Nepal e la regione cinese del Tibet. In pochi minuti quella massa di ghiaccio, roccia e fango si è trasformata in un’onda che ha cancellato ponti, strade, villaggi, vite. Nei giorni successivi, mentre il bollettino delle vittime saliva di ora in ora, tra i tanti video girati durante il disastro uno si è imposto su tutti gli altri: un bambino che annaspa da solo tra i detriti del fiume, mentre chi lo circonda, invece di tendergli una mano, alza un telefono. 

Le prime notizie, mercoledì mattina, parlavano di un terremoto: una scossa di magnitudo 4.4 registrata al confine tra Nepal e Tibet. Ci sono volute alcune ore, e l’analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde a lungo periodo e delle immagini satellitari, perché l’Istituto geologico degli Stati Uniti (Usgs) ribaltasse quella prima lettura: non un sisma, ma il collasso di un ghiacciaio d’alta quota, precipitato nel corso del fiume Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi. Una diga naturale di ghiaccio e roccia si è formata e poi, nel giro di minuti, è collassata, riversando a valle un’onda carica di fango e detriti alta, secondo i testimoni, fino a cinque o sei metri.

L’acqua ha travolto Rasuwagadhi, Timure, Syabrubesi, Trishuli, Nuwakot, sul lato nepalese, e il valico di Gyirong, sul lato tibetano. Ponti, mercati, scuole, centrali idroelettriche sono stati spazzati via in pochi istanti. Le comunicazioni sono saltate quasi ovunque, e questo ha reso da subito difficile anche solo stimare l’entità del disastro: alle prime notizie di 157 morti accertati, diffuse giovedì, sono seguiti bollettini che nel giro di due giorni hanno portato il conto a oltre 460 vittime confermate, con più di 1.300 persone ancora disperse tra i due versanti della catena montuosa. Sono cifre provvisorie, destinate quasi certamente a crescere: la zona colpita è remota, in parte isolata dalle strade distrutte, e le autorità nepalesi hanno fatto sapere che una parte dei dispersi potrebbe semplicemente non essere ancora riuscita a mettersi in contatto con le famiglie.

Tra i dispersi ci sono centinaia di stranieri: turisti, escursionisti, pellegrini diretti verso il monte Kailash, meta sacra per induisti, buddisti, giainisti e seguaci della religione Bön. Ci sono lavoratori delle centrali idroelettriche, agenti di polizia di frontiera, camionisti sorpresi lungo la strada che collega i due Paesi. Novanta cittadini italiani si trovavano nell’area al momento dell’esondazione: tre risultano tuttora irreperibili, mentre altri due, coinvolti direttamente dalla piena, sono stati portati in salvo. Il governo di Kathmandu ha respinto le offerte di squadre di soccorso straniere, ritenendo sufficienti le proprie forze e ricordando i problemi di coordinamento internazionale già sperimentati dopo il terremoto del 2015. Le ricerche proseguono con dodici elicotteri dell’esercito nepalese e un ospedale da campo allestito vicino alle zone più colpite, mentre in Tibet le autorità cinesi segnalano la formazione di un nuovo lago di sbarramento, capace di contenere fino a cinque milioni di metri cubi d’acqua, che nei prossimi giorni potrebbe a sua volta cedere e generare una seconda ondata. Se le squadre di ricerca straniere sono state respinte, non lo sono stati gli aiuti umanitari: l’India ha annunciato l’invio di forniture di emergenza, e l’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto sapere di aver già inviato materiale medico essenziale verso le aree colpite.

Questi sono i fatti verificati, ricostruiti da agenzie internazionali.

Ma c’è un secondo punto di questa storia, che non riguarda il ghiacciaio, e che si è consumato non sulle montagne dell’Himalaya, ma sugli schermi di milioni di telefoni in tutto il mondo.

Tra le decine di video girati mercoledì da telecamere di sorveglianza, passanti, autisti di autobus in fuga, uno in particolare ha iniziato a circolare più degli altri sui social e sui siti di informazione, in Nepal come in Italia, e mostra un bambino che prova a risalire in superficie tra l’acqua torbida e i detriti del fiume, dibattendosi per non essere trascinato via dalla corrente. Attorno a lui, secondo quanto ricostruito dalle agenzie che hanno diffuso le immagini, alcune persone presenti sulla scena non si sono avvicinate per tirarlo fuori: hanno alzato il telefono e hanno ripreso.

Non è dato sapere dalle fonti disponibili che cosa sia accaduto subito dopo a quel bambino: se sia stato tratto in salvo da qualcuno rimasto fuori dall’inquadratura, se altri soccorritori siano arrivati in tempo, o se sia finito tra i nomi dei dispersi che le autorità nepalesi continuano ad aggiornare. È un’incertezza che pesa più di una risposta, e che dice qualcosa anche del modo in cui, ormai, certe immagini circolano: si staccano dal contesto, diventano un fermo immagine, un titolo, un argomento di discussione, senza che quasi mai si torni a raccontare come sia andata a finire per la persona che compare in quel fotogramma. Il bambino ha un corpo, una famiglia, probabilmente una casa che in queste ore non esiste più. Ha smesso, per il tempo di un video diventato virale, di essere tutto questo, per diventare soltanto una scena.

Le immagini della catastrofe, del resto, non mancano: droni, telecamere di sorveglianza ai valichi di frontiera, riprese dall’interno degli autobus in fuga, testimonianze di sopravvissuti italiani portati in salvo in elicottero hanno restituito al mondo intero, quasi in diretta, la scala della devastazione. Mai come in questa alluvione la tecnologia ha permesso di vedere un disastro naturale nel momento stesso in cui accadeva. Ed è proprio in questa disponibilità immediata di immagini che si nasconde la domanda scomoda posta dal video del bambino: quando la possibilità di riprendere è a portata di mano di chiunque, che cosa succede al gesto, molto più antico e molto più umano, di prestare soccorso?

Il filmato, ripreso e rilanciato da agenzie e testate in tutto il mondo nelle ore immediatamente successive all’esondazione, è diventato in fretta uno dei contenuti più discussi legati al disastro, tanto sui social nepalesi quanto su quelli internazionali. I commenti sotto ai video restituiscono un’indignazione diffusa, la stessa che negli anni ha accompagnato altri filmati simili: un misto di sgomento per la sorte del bambino e di rabbia verso chi, pur essendo a pochi passi, ha scelto di riprendere piuttosto che intervenire. È una reazione comprensibile, ma che rischia anche di esaurirsi in se stessa: si condivide il video, si commenta lo sdegno, e poi si passa al contenuto successivo, in un ciclo che assomiglia molto a quello che si vorrebbe condannare.

Lo strumento che quasi tutti abbiamo in mano, oggi, è un telefono con una fotocamera sempre pronta. In Italia lo si è visto con chiarezza il 29 luglio 2022 a Civitanova Marche, quando Alika Ogorchukwu, ambulante nigeriano di 39 anni, fu ucciso a bastonate in pieno giorno, in una via del centro, da un uomo che lo accusava di aver importunato la propria compagna. Diversi passanti assistettero alla scena e di cui solo alcuni gridarono all’aggressore di fermarsi, altri invece ripresero l’aggressione con il telefono. Nessuno intervenne fisicamente per allontanarlo dalla vittima. Le immagini, diffuse nelle ore successive, provocarono un’ondata di indignazione nel Paese: il sindaco di Civitanova Marche parlò pubblicamente di indifferenza altrettanto grave quanto il delitto stesso, e la vicenda finì al centro del dibattito politico proprio mentre l’Italia si avviava a una campagna elettorale.

Quel caso, ed altri simili raccontati negli anni dalla cronaca italiana ed estera, hanno spinto psicologi e sociologi a parlare di una variante contemporanea, più inquietante, dell’effetto spettatore: non solo l’inazione di chi osserva senza muoversi, ma la scelta attiva di documentare la sofferenza altrui. Il telefono non si limita più ad essere lo strumento con cui si racconta un fatto già accaduto: entra dentro l’evento stesso, lo modifica, offre a chi guarda un ruolo (quello di cronista e di testimone) che sembra più gratificante, più immediato, di quello scomodo e rischioso di chi si sporca le mani per aiutare.

C’entra, in questo stato di cose, anche l’economia dell’attenzione su cui si reggono le piattaforme che tutti usiamo. Un video di un salvataggio raccontato a parole, il giorno dopo, in un’intervista, vale molto meno, in termini di clic e di condivisioni, di trenta secondi di ripresa in presa diretta di qualcuno che rischia di annegare. Nessuno, probabilmente, ragiona in questi termini nel momento stesso in cui solleva il telefono: l’istinto è più rapido di qualunque calcolo. Ma quell’istinto si è formato dentro un ambiente che per anni ha premiato, con visibilità e a volte con denaro, chi arriva primo con le immagini più forti. Non è un caso se sempre più spesso, dopo una tragedia, il dibattito pubblico si concentra sul video più che sulle persone che quel video ritrae.

In Italia, chi si limita a filmare un corpo che sembra privo di vita, o una persona ferita o in pericolo, senza prestare assistenza né avvisare le autorità, commette un reato: l’articolo 593 del codice penale, detto anche omissione di soccorso, punisce questa condotta con la reclusione fino a un anno o con una multa fino a 2.500 euro. La pena aumenta se dall’omissione deriva una lesione, e raddoppia se ne deriva la morte. È una norma pensata per un mondo senza smartphone, in cui il problema era l’indifferenza pura e semplice, non ancora la sua trasformazione in materiale da condividere: eppure oggi, nei processi per aggressioni filmate e non impedite, quegli stessi video diventano prove, usate dagli inquirenti per ricostruire i fatti e, talvolta, per accertare anche la responsabilità di chi si è limitato a guardare.

Resta un vuoto, però, che nessuna norma sembra in grado di colmare del tutto: quello tra il dovere giuridico di soccorrere e il più ampio dovere morale di riconoscere, in chi soffre davanti a noi, una persona e non uno spettacolo. Il diritto può punire chi non chiama un’ambulanza; non può obbligare nessuno a sentire, prima ancora di agire, che quella davanti a sé è una vita e non un contenuto.

Qui, però, guardando queste immagini, la domanda è un’altra e riguarda il momento in cui davanti ai nostri occhi c’è qualcuno che sta per morire, e l’unica azione possibile è tendere una mano, non uno schermo: siamo davvero diventati così bisognosi di contenuti da dimenticare che davanti a noi non c’è una scena, ma una persona?

Il bilancio dell’esondazione tra Nepal e Tibet continuerà probabilmente a crescere nei prossimi giorni, man mano che i soccorritori raggiungeranno le aree ancora isolate e che le famiglie di centinaia di dispersi riceveranno, nella migliore delle ipotesi, notizie tardive. Del bambino ripreso tra i detriti, quasi certamente, non sapremo mai il nome, né come sia andata a finire. Resterà un fermo immagine tra i tanti, uno dei tantissimi video che questa tragedia ha prodotto e che, nelle prossime settimane, verranno sostituiti da altri video, altre tragedie, altri fermo immagine.

Ma la domanda che quel video lascia aperta non riguarda solo il Nepal, né solo chi si trovava in quel punto del fiume mercoledì mattina. Riguarda chiunque, ovunque nel mondo, si trovi la prossima volta a un metro da qualcuno che sta annegando, bruciando, soffocando sotto i colpi di un aggressore: la domanda è se, in quel preciso istante, la prima cosa che farà sarà cercare nella tasca il telefono, o tendere la mano.

 

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