Arzano, la galleria dimenticata per 30 anni: tra 10 tonnellate di rifiuti spuntano pistola e targhe rubate

Scendere nella galleria della rotonda di Arzano significa lasciarsi alle spalle la luce del giorno e infilarsi in centocinquanta metri di buio, umidità e rifiuti ammassati su entrambi i lati. Chi ci è entrato, negli anni, l’ha definita senza troppi giri di parole una discesa all’inferno, un’espressione che fino a poco tempo fa suonava come una metafora giornalistica, un modo per rendere l’idea a chi non l’aveva mai vista con i propri occhi. Oggi, dopo il ritrovamento di un’arma, di alcuni proiettili e di targhe automobilistiche risultate rubate, quella discesa assume i contorni di qualcosa di più concreto, e più inquietante.

Le operazioni di bonifica, ferme durante la pausa estiva, sono riprese nelle scorse settimane. Ad occuparsene è una ditta incaricata dal Commissariato per le discariche abusive, la struttura chiamata a ripulire uno dei siti più difficili e simbolici della provincia di Napoli. Ed è proprio durante le fasi di selezione dei rifiuti che gli operai si sono imbattuti in quei reperti: non scarti qualunque, ma oggetti che raccontano, ancora una volta, come il sottosuolo di questa città conservi molto più della semplice spazzatura.

Per capire il peso di questa notizia bisogna immaginare cosa significhi lavorare in un posto simile. Non un cantiere all’aperto, dove basta un camion e qualche operaio con la pala. Qui si tratta di calarsi in uno spazio chiuso, stretto, dove l’aria è pesante e ogni sacco spostato può nascondere qualcosa di imprevisto, un lavoro fatto di gesti lenti e ripetuti, tonnellata dopo tonnellata, con la consapevolezza che dietro ogni cumulo potrebbe esserci soltanto altra plastica, oppure qualcosa che cambia il senso di un’intera indagine.

Per capire cosa sia oggi quella galleria bisogna tornare indietro di trent’anni, ad un progetto pensato per cambiare in meglio la mobilità di un intero quadrante della provincia. L’infrastruttura avrebbe dovuto collegare, attraverso una linea metropolitana, i comuni dell’area a nord di Napoli con la stazione di Piscinola, un’opera pensata per accorciare le distanze tra periferia e capoluogo, per offrire a migliaia di pendolari un’alternativa al traffico che da sempre soffoca quella zona. Poi, il 23 gennaio 1996, i lavori si fermarono. E da allora non sono più ripartiti.

Napoli e la sua provincia conservano, sparsi nel territorio, diversi cantieri interrotti a metà, opere pubbliche annunciate e mai concluse, promesse di modernizzazione rimaste sulla carta, ferite urbane che restano lì, visibili a chi ci passa davanti ogni giorno, e che con il tempo smettono persino di far notizia: diventano paesaggio, arredo urbano dell’incompiuto. La galleria di Arzano è solo l’esempio più recente, e forse più clamoroso, di cosa succede quando un’infrastruttura viene abbandonata a metà: non resta vuota. Si riempie secondo una logica precisa, quasi fisica: dove c’è un vuoto di controllo, qualcuno prima o poi lo occupa. Non serve un piano criminale organizzato per riempire centocinquanta metri di tunnel in trent’anni, basta la somma di tante piccole scelte quotidiane (chi scarica macerie edilizie di notte, chi si disfa di un elettrodomestico rotto, chi usa il buio per far sparire qualcosa di più compromettente) perché quello spazio dimenticato diventi, gradualmente, un problema collettivo. Nel corso degli anni quel tunnel si è trasformato in un enorme deposito clandestino, capace di assorbire materiali di ogni tipo e provenienza, scaricati nel buio, lontano da occhi indiscreti, protetti da un accesso difficile e da una collocazione che, con il tempo, è diventata quasi invisibile agli occhi di chi passa in superficie. Un’opera pubblica mai completata che, paradossalmente, una funzione ha finito per svolgerla comunque: quella di inghiottire ciò che dai vicoli di Arzano doveva sparire.

Ci volle un giornalista per riportare l’attenzione su quel luogo. Correva l’ottobre del 2019 quando un cronista del quotidiano Roma, raccolte le segnalazioni di alcuni residenti della zona, decise di scendere personalmente lungo il tratto di accesso alla galleria. Centocinquanta metri percorsi con una telecamera in mano, tra rifiuti accumulati su entrambi i lati del tunnel, in una quantità tale da rendere il sito quella che venne definita, senza esagerazioni, una vera bomba ecologica.

Le immagini raccolte in quell’occasione mostrarono un dettaglio che colpì chi effettuò i primi sopralluoghi: parte del materiale non era semplicemente abbandonata, ma sembrava sistemata con una certa meticolosità, quasi a renderla meno visibile dalla strada, un dettaglio piccolo, ma significativo. Chi ha riempito quella galleria nel corso degli anni non lo ha fatto sempre per fretta o superficialità, in alcuni casi lo ha fatto con metodo, quasi con cura. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda: non il disordine, ma l’ordine con cui certi rifiuti erano stati disposti.

Dopo la pubblicazione di quel servizio furono allertati la polizia locale e i carabinieri e da lì iniziò un percorso lungo e complicato, fatto di sopralluoghi, verifiche tecniche e, come vedremo, anche di ostacoli.

Anche l’Arpac, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, si occupò del caso. Dopo un primo sopralluogo, l’agenzia evidenziò la particolare situazione di rischio legata al sito, segnalando la possibilità di incendi e fenomeni di combustione con conseguenze potenzialmente pericolose per la salute pubblica e per l’ambiente circostante. Un allarme tecnico, non un’opinione: la presenza di così tanto materiale accumulato in uno spazio chiuso e privo di ventilazione rappresenta di per sé un rischio concreto, indipendentemente dalla natura specifica dei rifiuti.

La vicenda fu inserita in un dossier portato all’attenzione della Procura e del commissario straordinario per le bonifiche delle discariche abusive, il generale Giuseppe Vadalà, figura chiamata a coordinare gli interventi su alcuni dei siti più critici della regione. Un dossier che, secondo quanto emerso, raccontava anche una lunga inerzia istituzionale: anni in cui, nonostante le segnalazioni, la situazione della galleria è rimasta sostanzialmente invariata. E non solo. Nel percorso di denuncia e approfondimento sarebbero emerse anche presunte minacce e tentativi di ostacolare chi si stava occupando del caso. Elementi che restituiscono la misura di quanto quella galleria, più che un semplice problema di decoro urbano, rappresentasse per qualcuno un interesse da tutelare.

Su questo aspetto specifico non risultano allo stato accertamenti giudiziari definitivi però, si tratta di elementi riportati nel dossier, che spetterà eventualmente agli inquirenti verificare con gli strumenti a loro disposizione. Nessuna galleria, per quanto simbolica, autorizza scorciatoie nel racconto dei fatti.

Sette anni dopo quelle prime immagini, la galleria di Arzano è tornata protagonista, questa volta per l’avvio concreto delle operazioni di bonifica. Un cantiere lungo e complesso, reso necessario dalla quantità di materiale accumulato nel corso di decenni. Le operazioni si erano fermate durante l’estate e sono riprese nelle scorse settimane, con gli operai impegnati nella selezione e nella catalogazione di tutto ciò che viene estratto dal tunnel, passo dopo passo, sacco dopo sacco.

Ad oggi sono state raccolte e selezionate circa dieci tonnellate di rifiuti, un numero che, per quanto già imponente, rappresenta soltanto una parte di quello che si trova ancora nel sottosuolo. Gli interventi proseguiranno nelle prossime settimane e, stando a quanto emerso finora, non è escluso che possano venire alla luce ulteriori elementi.

Ed è proprio durante queste operazioni che gli operai si sono imbattuti nei reperti che hanno riportato l’attenzione mediatica sulla vicenda: una pistola, alcuni proiettili e diverse targhe di automobili, poi risultate rubate, materiale recuperato durante le fasi di selezione dei rifiuti e prontamente segnalato alle autorità competenti. Un ritrovamento che cambia, almeno in parte, la natura dell’operazione: non più solo bonifica ambientale, ma anche potenziale fonte di indizi su reati mai chiariti.

Va precisato subito che l’arma rinvenuta sarebbe una scacciacani, quindi un’arma priva della capacità di sparare proiettili in modo letale nella sua configurazione originale, ma non significa che il ritrovamento sia privo di rilevanza. Pistola e munizioni sono state comunque sequestrate e saranno sottoposte alle procedure previste per lo smaltimento, le stesse riservate a qualsiasi oggetto di questo genere recuperato in un contesto simile. Le armi giocattolo, del resto, restano oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine anche quando sono innocue: la loro somiglianza con armi vere le rende comunque potenzialmente pericolose, e la loro presenza in un contesto come quello di una discarica clandestina non può essere liquidata come un semplice dettaglio di colore.

Discorso diverso per le targhe. Se risultano effettivamente rubate, come riportato, significa che quella galleria è stata utilizzata anche per disfarsi di elementi legati a veicoli sottratti ai legittimi proprietari. Non è un mistero che il mercato dei ricambi e delle targhe clonate rappresenti da anni un business parallelo legato ai furti d’auto, un fenomeno diffuso in tutta la provincia napoletana: un’auto rubata vale poco se resta identificabile, molto di più se viene smontata o se cambia identità. Le targhe originali, a quel punto, diventano un ingombro da far sparire in fretta, e un tunnel buio, difficile da raggiungere e privo di sorveglianza, è esattamente il tipo di luogo che chi vuole disfarsi rapidamente di materiale compromettente va cercando. Un tassello che si aggiunge al mosaico di una discarica che, nel corso degli anni, ha ospitato di tutto: dai rifiuti edili ai materiali pericolosi, fino a oggetti che raccontano storie di reati commessi altrove e mai chiariti fino in fondo.

Resta da capire se il materiale recuperato possa fornire indicazioni utili agli investigatori per risalire a chi lo abbia abbandonato, un accertamento reso complesso da due fattori che si sommano tra loro: il tempo trascorso, che può coprire diversi anni se non decenni, e l’enorme quantità di rifiuti presenti all’interno della struttura, che rende difficile isolare con certezza la provenienza di ogni singolo reperto.

Non è un problema da poco. In un contesto come quello della galleria di Arzano, dove il materiale si è stratificato nel tempo quasi come in un carotaggio dell’illegalità, ricostruire chi abbia portato cosa, e quando, richiede un lavoro paziente che va ben oltre la semplice analisi degli oggetti ritrovati: servirà incrociare i dati disponibili, verificare la provenienza delle targhe attraverso le denunce di furto già depositate, controllare se la zona sia già stata oggetto di indagini per reati collegati, magari anche risalenti nel tempo. Un lavoro che, verosimilmente, è già iniziato, ma che richiederà settimane, se non mesi, prima di produrre eventuali risultati concreti.

Nel frattempo la bonifica prosegue, e con essa cresce anche l’incognita su cosa altro possa emergere. Dieci tonnellate sono già state selezionate. Nessuno, al momento, è in grado di dire con certezza quante altre ne restino da rimuovere, né cosa nascondano.

C’è poi un aspetto tecnico che merita attenzione: la sicurezza stessa del cantiere. Rimuovere rifiuti accumulati per trent’anni in uno spazio chiuso non è un’operazione neutra. Il rischio segnalato a suo tempo dall’Arpac, quello legato a possibili incendi e fenomeni di combustione, resta valido anche durante le fasi di rimozione: spostare materiale organico decomposto, sostanze chimiche disperse, gas eventualmente accumulati nel tempo, richiede protocolli precisi. Ogni ritardo, ogni rallentamento nei lavori, si porta dietro anche questo tipo di incognita, oltre a quella giudiziaria legata ai reperti trovati.

Sarebbe utile, a questo punto, che chi ha in mano il dossier fornisse alla cittadinanza un quadro più chiaro non solo sui tempi della bonifica, ma anche sulle responsabilità di chi, per quasi trent’anni, ha permesso che quella galleria diventasse ciò che è diventata. Perché dietro ogni tonnellata di rifiuti rimossa c’è anche una domanda scomoda sulla gestione del territorio, sui controlli mancati, sulle segnalazioni rimaste per anni senza risposta.

Il silenzio, in casi come questo, non significa necessariamente che non ci sia nulla da dire, ma spesso riflette la complessità di un procedimento ancora in corso, o la cautela istituzionale davanti a un dossier che tocca insieme ambiente, sicurezza urbana e ipotesi di reato. Resta però il diritto dei cittadini di Arzano, e di chi vive a ridosso di quella rotonda da trent’anni, a sapere cosa è stato trovato nel sottosuolo del proprio quartiere, e a che punto sia realmente il percorso per restituire quello spazio alla città.

La storia della galleria di Arzano non riguarda solo Arzano. È la storia di un’infrastruttura pubblica mai completata, lasciata a se stessa per decenni, diventata terreno fertile per l’illegalità semplicemente perché nessuno se n’è occupato in tempo. È accaduto qui, ma dinamiche simili si ripetono in molti altri angoli della provincia di Napoli, dove cantieri fermi, aree dismesse e spazi abbandonati diventano naturalmente ricettacolo di rifiuti, e talvolta di ben altro.

Il ritrovamento di un’arma, per quanto giocattolo, e di targhe rubate in mezzo a dieci tonnellate di spazzatura non è solo una curiosità da cronaca nera, ma un segnale di come il degrado urbano, quando viene tollerato troppo a lungo, smetta di essere un problema estetico per diventare un problema di sicurezza e di legalità. Una galleria pensata per portare la modernità a Napoli è diventata, invece, il simbolo di tutto ciò che la città non è riuscita a completare, controllare, chiudere in tempo.

Le operazioni di bonifica proseguiranno nelle prossime settimane, e con esse la possibilità che dal sottosuolo di Arzano emergano altri elementi. Ogni tonnellata rimossa restituisce un pezzo di una storia lunga trent’anni, fatta di promesse infrastrutturali mai mantenute e di rifiuti diventati, nel tempo, terreno di reati diversi. Ma la domanda più urgente riguarda ciò che è successo prima, non ora: come è stato possibile che un tunnel di centocinquanta metri, nel cuore di un’area densamente popolata, restasse per trent’anni un buco nero fuori da ogni controllo, e quante altre gallerie, in questa città, aspettano ancora di essere aperte?

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