
Che cosa mi manchi a fare? Perché mi manchi? È il titolo di una canzone orecchiabile, credo. Una canzone che non ho ascoltato con attenzione per qualche strana imposizione legata ai gusti personali. Si ma perché mi manchi? Ho imparato ad accettare, ho imparato a smussare gli angoli per incastrarmi meglio nel puzzle della vita che è andata avanti senza te, senza che me ne accorgessi veramente. Riguardo i video e ogni tanto rido nel silenzio della mia stanza, mentre le immagini scorrono troppo velocemente solo perché non sanno quello che stanno raffigurando. Che mi manchi a fare, Diego? Ti sei preso l’amore, ti sei preso il tempo, ti sei preso il destino, il mio e di migliaia di persone. Ogni volta che entro a casa mia, una scritta composta con i sanpietrini bianchi su quelli grigio-marrone, mi dice che ogni giorno è il 1986. Ho sempre creduto che fosse un modo per ricordare l’anno in cui sono venuto al mondo, un modo per scriverlo da qualche parte oltre che sui fascicoli incartapecoriti dimenticati su qualche scaffale in Municipio. Invece no, Diego. È l’anno dello scudetto. Il tuo primo a Napoli. Mi sembra di ricordarle quelle serate, anche se non esistevo ancora. Ogni volta ritorni a prenderti tutto: lancio Youtube e ci sei tu, tra le immagini salvate sul mio smartphone ci sei tu, salgo le scale del San Paolo e ci sei tu, parlo con chi è come me e ci sei tu. Cosa mi manchi a fare?

C’ero quel giorno. C’ero quando non capivo niente mentre guardavo le facce di tutti quelli che affollavano il salotto di mio nonno. Guardavo le loro facce, costrette tra le loro emozioni tutte uguali, lontani dalle loro vite diverse, estranee alle loro lingue reduci dei loro trascorsi. Mi manchi e non dovresti, tutto è più complicato. Però, col tempo, ce l’ho fatta, ho imparato ad amare allo stesso modo, ricordandoti solo quando avevo il tempo. E invece tu ritorni sempre, non te ne vai mai del tutto. Il Mundiàl dell’86, la magia di Stoccarda, il Comunale di Torino biancoazzurro con l’avvocato che conta i goal con le dita di una mano, Italia 90, l’amichevole nel fango di Acerra, gli allenamenti nel fosso di Soccavo, il pugno alzato avanti ai gradoni, con lo sguardo serio e rassicurante. Che mi manchi a fare? Ogni volta è un’illusione dolce, un ricordo tagliente senza le istruzioni per l’uso. Quindici anni fa chiamavi qualche amico per una partitella alla Bombonera, a Buenos Aires. C’era la tua gente, ma pure gli altri del River. C’erano i napoletani, ma pure tutti gli altri. C’erano quelli che ti amavano, ma pure quelli che ti odiavano perché credevano che quella sarebbe stata la loro vittoria più grande, ottenuta senza nemmeno sfidarti sul campo, perché stavi andando via per sempre. Poveri illusi. C’ero pure io. Che importa se ero nella mia stanza con accanto mio padre che faceva finta di niente per non piangermi in faccia. C’era mio nonno, anche se non era più con noi da tempo. C’erano tutti, lì nella Doce, a ringraziarti per il calcio.

Ti ho guardato, in silenzio, senza nascondere il mio pianto. Ti ho guardato, tutti ti hanno guardato, cercando di capire, provando ad accettare. Grazie per il calcio, Diego. Saresti venuto a ricambiare il saluto e l’amore della tua gente anche al di qua dell’Atlantico, al San Paolo. Ero anche lì anche pur non avendo i soldi per il biglietto. Mi porto ancora le cicatrici di quella sera, sospesa tra i battiti del cuore e cancelli troppo alti. Ci salutavi mentre nessuno chiudeva gl’occhi per non perdere nemmeno un centesimo di secondo di quei momenti. Sono passati quindici anni. Che cosa mi manchi a fare, ancora, Diego? Avrei dovuto collocarti tra i ricordi belli che però sono insipidi e tiepidi. Invece continui a comparirmi nei sogni, nei discorsi, nei display. Salti fuori dalla dimensione passata e ritorni a prenderti tutto. L’attenzione, l’amore, i dolori. Cancelli le ingiustizie e, ma si, non m’importa della vita quotidiana. Ci sei tu che danzi bellissimo in mezzo al campo sconfinato che è la mia immaginazione. La mia e di centinaia di migliaia di persone a cui manchi, come manchi a me. Ma che mi manchi a fare, Diego? Non eri tu alla Bombonera, non eri tu al San Paolo. Che mi manchi a fare? Non te ne sei mai andato via.




