NAPOLI – Nella lingua napoletana, con il termine “scampìa” si vuole indicare un appezzamento di terreno incolto, abbandonato, non curato, apparentemente di tutti e di nessuno. Roberto Saviano ha scritto che «Napoli comincia a Scampìa»: in qualche modo, credo che nelle sue parole ci sia un fondo di verità. Non una verità geografica, nè una verità politica, ma una verità sociale, una verità popolare. Scampìa rappresenta l’amplificazione dei pregi e dei difetti della città che sorge al dilà della collina dominata dal Real Bosco di Capodimonte, da una parte, e la collina del Vomero dall’altra. A Scampìa, gli enormi palazzoni che dividono il territorio in sotto-quartieri, sembrano proteggere e allontanare, al tempo stesso, il quartiere dalle politiche di sviluppo territoriale che, quì, arrivano centellinate, cambiate. Ma quello che è il primo giunto di collegamento tra a città e la sua provincia stringe i denti, facendo di necessità virtù., in un modo o nell’altro. Tuttavia siamo a Napoli, dove il calcio viene dopo solo lo Spirito e il Santo.

C’è chi non ne ha mai voluto sentir parlare di camorra e piazze di spaccio, chi ha scelto di tenere la testa alta lungo il suo cammino spesso poco illuminato, o magari pieno di buche. C’è chi qui ci ha visto normalità, ci ha visto il desiderio di futuro. Non un futuro alternativo, perché l’alternativa, quì, è l’altro futuro, quello nero pece, che porta a Poggioreale. In carcere o al cimitero, precisamente. A Scampìa c’è Antonio Piccolo. Dopo una gioventù a fare il portiere tra serie C e serie D, apre una scuola calcio, all’ombra dei casermoni popolari, contenitori di persone raramente accoglienti per davvero. È il 1986. Al dilà dell’altra collina, a Fuorigrotta, qualcuno sta per portare tutti sulla Luna, ma lui resta a Scampìa, tra la gente che ancora non si fida del tutto del suo progetto. Al primo allenamento, ci sono 7 ragazzini, qualcuno accompagnato dal papà, qualcuno dal fratello. Il campo è terra e sassi compressi assieme, un campo minato, dove ogni scatto verso la porta potrebbe costare il legamento crociato. Si gioca sul Monterosa, che qualche anno dopo sarebbe stato inghiottito dalla città, affamata di spazi abitativi.

Ne è passato di tempo, tra i palazzi troppo alti e fatiscenti. Ne ha visti di ragazzi persi o salvati da una vana speranza. C’è chi ce l’ha fatta – Armando Izzo, difensore del Genoa e della Nazionale –, chi ce la sta facendo. Non c’è chi non ce la fa. Esatto. Non esiste il fallimento, non esiste la resa. Esiste il cambiamento, l’adattamento, il supporto. Quello che era un gruppetto di ragazzini, ora è l’Arci Scampìa, una comunità più che un’associazione sportiva. Oggi ci sono 500 ragazzi supportati da 1000 genitori, seguiti da tutor, 40 allenatori, psicologi e semplici appassionati. Al centro sportivo di via Fratelli Cervi, nel cuore del quartiere dimenticato, l’aggregazione è l’unica cosa che conta. I ragazzi che non hanno la possibilità di pagare la retta – la più bassa tra le scuole calcio in città e in provincia – possono seguire gli allenamenti e frequentare il centro sportivo in maniera del tutto gratuita. Chi ha la possibilità sostiene chi non può sostenersi da solo, chi non ce la fa supporta chi potrebbe farcela. L’unico obiettivo è conquistare quotidianamente la normalità, nel modo più contagioso possibile. La normalità ottenuta sul campo è come la vittoria: bella all’inverosimile.

L’Arci Scampìa di Antonio Piccolo, oggi, nel 2016, rappresenta uno dei fiori all’occhiello della città che, intanto, si scrolla di dosso la nomea di zavorra nazionale a suon di risultati che la collocano nella ristretta schiera delle città trainanti di un Paese mai unito completamente. Di questo riuscitissimo e automatico esperimento sociale di calcio popolare se ne sono accorti ai piani alti del calcio europeo. La UEFA ha, infatti, insignito l’Arci Scampia di Antonio Piccolo dell’ Uefa Grassroots Awards 2016 (medaglia di bronzo, alle spalle del bielorusso Yury Beletskiy, che ha portato l’attività calcistica di base nella piccola città bielorussa di Zhabinka e allo svedese Brink Larsén, che ha fondato una squadra di rifugiati) riconoscimento di prestigio internazionale per le società capaci di influenzare positivamente, in modo determinante, una comunità. Di Antonio e dell’Arci Scampìa ne hanno parlato, negli anni, la web radio Wrong e la Repubblica Napoli, oltre alle centinaia di famiglie che hanno visto la luce in fondo al tunnel. La luce dei riflettori di un campo da calcio, in mezzo ai palazzi dimenticati.




