NAPOLI – Siamo a Via Mezzocannone, l’arteria principale della cittadella universitaria. Qui i prezzi per affitti di case, libri e cibo sono decisamente alla portata di studente. Per chi conosce Parigi, facile è l’assonanza con quelle zone non turistiche del Quartiere Latino che hanno mantenuto la prerogativa di spazio franco per studenti. Lasciandoci alle spalle una delle sedi principali de l’Orientale, quella di Palazzo Giusso, procediamo lento pede, calpestando il porfido scivoloso che pavimenta quasi tutte le strade del Centro. La direzione che prendiamo è verso Via Monteoliveto.
Pochi metri prima di trovarci sulla grande strada, alla nostra sinistra, un apparentemente anonima viuzza merita la nostra attenzione: è la nuova “Via Pino Daniele” già “Vicolo Donnalbina”. All’angolo con Piazza Santa Maria la Nova, in alto, sulla targa toponomastica, una chitarra elettrica appartenuta al grande musicista richiama e saluta gli sguardi. Perché un oggetto di Pino proprio qui? L’interrato del Bar Battelli che troviamo nello slargo ha funto da sala prove, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, del giovane artista che sarebbe poi diventato il riferimento artistico, o forse filosofico, di tanti giovani sognatori.
Restiamo in Centro e continuiamo la nostra passeggiata, attraversando la strada che è certamente il simbolo della Napoli verace: Spaccanapoli. Un frastuono di sottofondo accompagna i nostri passi, mentre si respira forte l’odore incensato dell’antico. Mettiamo da parte per un attimo il quadretto coreografico che urla di commercianti e viavai di turisti compongono e soffermiamoci sul dato storico, analizzando l’importanza di Spaccanapoli e degli altri due decumani “fratelli”. L’epicentro di sviluppo della nostra città è stato, dal terzo secolo avanti Cristo in poi, posizionato in corrispondenza della zona che oggi sorge intorno a Via Sant’Aniello a Caponapoli, “sopra la caserma dei pompieri” come dicono i napoletani, di fatto in corrispondenza col decumano superiore di Via Anticaglia. I greci qui vi ubicarono l’acropoli, il pieno centro politico-sociale della néa polis.
La vecchia agorà era ospitata in questo luogo che, sommerso dalla speculazione e dall’arronzamento edilizio dei secoli andati, oggi nasconde l’inimmaginabile eredità di quegli insediamenti lasciati da coloro che avevano preferito abbandonare l’esposta Partenope, che sorgeva tra l’attuale Via Nicotera e la zona attorno a Castel dell’Ovo, rifugiandosi verso l’interno: “questa è nèa, quella è palàis” dissero i fondatori, riferendosi alle due polis, la nuova e la vecchia.
In qualsiasi altro posto del mondo ogni elemento storico andrebbe valorizzato. Se si facesse lo stesso per Napoli, non sarebbe più Napoli, perché la nostra città è la meravigliosa sineddoche dell’incompleto, la romantica promenade che domanda “perché?”, “ma tu lo sapevi?”, “e questo cos’è?” rispetto ad ogni palazzo antico, piazza storica, colonna greca, monastero nascosto, vicolo buio pieno di storia.
Tanti hanno dominato la Città; per questo qualsiasi cosa è meticcia.
Il bello dalle nostre parti è perciò la contaminatio, la fusione delle sensibilità artistiche di tanti, l’essere la migliore effige del crocevia di culture di venticinque secoli di esistenza, la testimonianza diretta di quello che greci, romani, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, austriaci, francesi, piemontesi, americani hanno lasciato.
A via Anticaglia, precisamente nella zona sottostante il Vico Cinquesanti, ovvero la traversina al lato della pizzeria Di Matteo, sorge un agglomerato di costruzioni su un antico teatro greco, ignoto ai più. Leggendarie le esibizioni di Nerone. Svetonio, nel De vita Caesarum, racconta che Nerone debuttò qui con una sua ode e, quando si avvertì un forte terremoto, l’imperatore lo valutò come manifestazione d’ apprezzamento degli dei, tanto che continuò a cantare e costrinse il pubblico a rimanere.
L’edilizia smodata ha, nei secoli, comandato di costruire sempre e ovunque. Chiunque a Napoli ha potuto edificare e lo ha fatto secondo le proprie necessità, la propria ricchezza o la propria povertà. Quella visibile oggi è una contaminatio di talenti artistici e di esigenze. Ogni cosa non è a proprio posto, e quella del teatro dell’Anticaglia è l’ensable di esperimenti edilizi più irriverente d’occidente.
Irriverente per tanti versi è stata certamente la musica di Pino Daniele, di cui si parlava prima. Grazie a lui, da “Nero a metà” in poi ci siamo sentiti tutti un po’ sporchi, un po’ figli della guerra. La sua musica è lo specchio della Napoli nascosta, quella composta all’ombra dei vicoli e delle periferie: lontana, sorprendentemente distante dal sole, dal mare, dal Vesuvio e soprattutto dai luoghi comuni che si cantano molto frequentemente nelle neo melodie contemporanee. Forse quarant’anni fa si era molto più avanti di oggi.




