NAPOLI – Niente piĂą fucili e cannoni. Solo cani minacciosi, prontamente aizzati da qualche clochard che qui ha scelto di abitare. Siamo vicino a quel che rimane del Fortino di Vigliena, sulla Marina dei Gigli, a San Giovanni a Teduccio. Costruito all’inizio del millesettecento per opera dell’ultimo vicerĂ© spagnolo, il marchese di Villena, fu impiegato come spazio di pratica per gli allievi dell’Annunziatella. Vigliena è diventato testimone della storia napoletana, in seguito ad un alacre scontro nel Giugno del 1799 tra le truppe sanfediste e l’esercito franco-repubblicano che decretò l’epilogo dell’esperienza giacobina.
Siamo nella zona orientale e la costruzione, da sud, costituiva il varco d’accesso nella Città . I difensori della Repubblica, trovandosi ridotti per poter fronteggiare controffensive, al fine di non consentire nessun genere di vantaggio al nemico, preferirono farsi saltare in aria con tutto il Forte. Si narra che lo schieramento opposto, i legittimisti della Santa Fede, dunque, infuriati, decisero di assaltare il poco distante Castello del Carmine, riuscendo finalmente ad entrare a Napoli.
Vigliena, da allora, non è mai stato ricostruito. Non rimane altro, quindi, che dare spazio all’immaginazione. Così come non resta che immaginarselo il potenziale splendore di un litorale, quello di San Giovanni, svuotato da covi ed impalcature industriali: qui tutto è stato fagocitato dal bieco industrialismo del Boom ed il mare nemmeno si vede. Se provassimo a spostare il baricentro del concetto di bellezza, puntando al potenziale inespresso, qui ci sarebbe da rimanere incantati. Giace, invece, un pezzo di lungomare, figlio d’un dio minore, che si fregia d’un apprezzabile passato, ma che oggi non si sente amato.
Rimettiamoci sulla strada principale. Attraversiamo il Ponte dei Francesi, buttandoci su Via Marina. Francesi che se ne vanno, francesi che arrivano: il Ponte è dedicato agli stessi repubblicani di cui s’è detto, ma per ricordare, in questo caso, il momento in cui essi entrarono in CittĂ nel Gennaio 1799, quando fondarono la Repubblica che durò solo sei mesi. Continuiamo a camminare, scrutando dal basso la certosa di San Martino che poggia sulla verde collina vomerese, la grande bussola che sembra orientare l’urbano pellegrinare. Da questa prospettiva Napoli sembra infinita. E poi, a destra: condomìni noiosamente uguali, ospedali, palazzi di vetro, maxi parcheggi a piĂą piani. A sinistra, invece, il mare che non si vede, ma che si sente per effetto d’un improvviso sintomo di miglioria umorale, tipico della inconsapevole talassoterapia.
Procediamo dritto, calpestando il cemento su cui riflette l’ombra di una trafila palme decorative recentemente piantate. Asfalto nuovo, flora esotica, sole che picchia forte: qui Napoli vuol scherzare e si veste da Miami. Ci imbattiamo nell’angioino Castello del Carmine, altro edificio che segnava i limina della CittĂ . Posto all’altezza di Piazza Mercato, oggi rimane solo un torrione in piperno, perchĂ© distrutto dalle guerre e dagli sperimenti architettonici che ambivano a dare alla CittĂ un opportuno formniveau di decenza. Raggiungiamo, adesso, quella parte di Via Marina che fa angolo con Via Duomo. Siamo di fronte al varco Pisacane, quello dello delle partenze per Ischia. Qui c’è Porta Tornieri: attualmente è una semplice edicola che ospita il bar Zambardino, ma un tempo costituiva uno dei passaggi minori delle mura cittadine.
Abbiamo camminato molto, ma un ultimo sforzo ci consentirà di apprezzare ancora la Chiesa di Santa Maria di Portosalvo ed il suo piccolo “campo dei miracoli”, dove sorge la fontana della Maruzza ed un obelisco. Siamo praticamente davanti ad un altro dei varchi dell’infinito porto napoletano, quello dell’Immacolatella. Da qui un tempo partivano i bastimenti per le Americhe. Una Madonnina barocca, ormai oscurata dalla salsedine, era l’ultima effige familiare che gli occhi degli emigranti, sgorganti lacrime napulitane, riuscivano a salutare, prima di giungere nella terra della speranza.
Anche qui occorre dare spazio alla fantasia e provare a riportarsi nel tempo alla metà dell’Ottocento, quando tutta la zona delle attuali Via Marina e Corso Umberto erano i fisiologici prolungamenti del porto, frequentati da marinai, da prostitute e da chi era ingarbugliato nei non sempre limpidi traffici commerciali. C’era la vera Napoli da queste parti, quella in cui si assaporava l’amaro della viva contraddizione, quella che l’opinione pubblica pro Risanamento, l’opera di maggiore stravolgimento urbanistico nostrano, provava continuamente a nascondere, come denunciava Matilde Serao, parlando esclusivamente della Città dal mare glauco e dal cielo di cobalto.




