NAPOLI – Ci sono dei toponimi che compaiono solo nel repertorio classico napoletano. L’Infrascata, ma anche la Costagliola sono ormai state coperte dagli attuali appellativi delle strade e dalle generalizzanti associazioni tratte dalle fermate Metronapoli che denominano facilmente zone intere.
“Scetateve, guagliune ‘e malavita,
Ca è ‘ntussecosa assaje ‘sta serenata!
Io songo ‘o ‘nnammurato ‘e Margarita
Ch’è ‘a femmena cchiù bella d’ ‘a ‘Nfrascata”
(Guapparia, Libero Bovio)
L’Infrascata oggi corrisponderebbe alla collinare Salvator Rosa e a parte di Materdei. La Costagliola, invece, ambirebbe grossomodo ad inglobare la vecchia San Potito: per la precisione Via Salvatore Tommasi e Via San Giuseppe dei Nudi.
Che un tempo entrambe le zone fossero prevalentemente rurali è dire poco. L’Infrascata, dal cui nome è facile desumere massiccia presenza di cespugli e rovi (che poi in dialetto sono e’ffrasche), era zona di caccia, dove anche gli antichi reali si dilettavano.
Ai piedi dell’Infrascata, Giovanna II di Angiò- Durazzo fece erigere un palazzo, tuttora abitato: il Muscèttola di Luperano sito in Vico, appunto, Luperano. Qui la reale, si dice, era solita trascorrere il suo tempo in compagnia dei soldati che, terminato l’amplesso, venivano fatti precipitare dal balcone in una fossa di leoni.
Siamo, dando le spalle a Piazza Dante, all’inizio di via Pessina. Nelle vicinanze c’è una strada apparentemente come le altre che merita la nostra attenzione: Via Francesco Correra. Di questa toponomastica, però, ce ne s’infischia: da sempre Via Correra è il nome buono solo per i postini, perché i napoletani da sempre parlano de “il Cavone”.
Facciamo un salto nel tempo. Andiamo al millecinquecento, all’epoca d’una prammatica del Viceré Don Pedro de Toledo che vietava di estrarre il tufo dalle cave cittadine. La zona del Cavone, posta al di fuori delle mura per tutta l’epoca vicereale, non salvandosi dall’editto, fu praticamente sventrata.
L’”effetto cava” è abbastanza visibile anche oggi: al vistoso avvallamento dell’area, segue, infatti, una ripida salita.
Qui “più si sale, peggio è” per effetto di un improvvisa escalation di esigenze di reddito: l’incipit di Via Correra è quasi in toto destinata alla media borghesia; la “parte alta” della strada, invece, quella che si snoda attorno al fondaco Santa Monica, nella curva che porta a Salvator Rosa, è un vero e proprio alveare in cui abitano famiglie prevalentemente cingalesi. “Non si vedono e non si sentono” dicono i napoletani del posto dei loro asiatici vicini di casa. Se non fosse per quell’ intenso odore di cipolle e spezie indiane che ad orario di pranzo comincia a spargersi nei paraggi, forse, non ci si accorgerebbe nemmeno della loro presenza. Da queste parti profumo del rràu napulegno ed essenze indù si mischiano e creano il più soave e spontaneo esempio di convivenza dei popoli. Tutti rispettano tutti. Soprattutto in questo posto Salvini non l’ascolterebbe manco un perdigiorno. Una integrazione gentile, una Ballarò silenziosa, una Babele riuscita: questo è il Cavone.
Saliamo, adesso, tutta Via Pessina, in direzione Museo, lasciando alla nostra sinistra, quasi all’altezza di Via Broggia, una novecentesca rampa di scale al coperto che spesso funge da alloggio per i clochard della zona. La percorriamo, sbucando in Via Salvatore Tommasi.
La strada è la pavimentazione in porfido del vecchio percorso collinare della Costagliola. Salendo, alla nostra sinistra, c’è un vicolo che passerebbe inosservato, se non fosse per una visibile scritta in pittura che indica “Vico Rose”. Un ingresso al buio del retro dei palazzi conduce, tra panni spasi malgrado l’ombra e motorini in perenne stand by, ad una spettacolare veduta: il tetto di Santa Chiara, il Vesuvio, il mare, San Martino e l’immancabile Centro Direzionale. Il minimo sindacale del panorama della Città è più che garantito. La cartolina di Napoli si vende anche qui.
Il Vico Rose a San Potito è a ferro di cavallo. Vicolo buio, terrazza panoramica, poi un altro vicolo parallelo all’altro che ci porta indietro, di nuovo, sulla strada di riferimento: una specie di Divina Commedia con effetto di ritorno all’inferno, dopo esser riusciti a riveder le stelle.
La nostra passeggiata continua in Via San Giuseppe dei Nudi, l’altra petite rue della Costagliola, fermandoci precisamente al civico 25, dove sorge il maestoso Palazzo di Alessandro Costantino alla Costagliola. Per chi ha ben in mente il Palazzo dello Spagnuolo, ai Vergini, l’accostamento è immediato. Entrambi in roccocò, entrambi dall’effetto sgomento. D’acchito, l’impressione, infatti, è quella di essere fagocitati da un grande Cerbero che di bocche non ne ha solo tre, ma molte di più.
A questo punto della nostra passeggiata, l’incontro con Via Salvator Rosa è prossimo: salendo Via San Giuseppe, a destra, ci troviamo nel bel mezzo di quella che una volta era il percorso obbligato per tutti coloro che desideravano scalare le semi alture napoletane. Si dice che in corrispondenza dell’attuale Museo c’era una sorta di servizio taxi ante litteram costituito da animali da traino che trasportavano le persone dirette alle bucoliche mete vomero- arenellesi.
Pochi passi e scorgiamo, di fronte al Liceo Vico, una mal ridotta costruzione barocca che, per via di un piacevole gioco di contrasti cromatici con gli edifici confinanti, riesce a catturare la nostra attenzione: è la chiesa della Santissima Trinità alla Cesarea. Aperta per poco meno di due secoli, fu chiusa da Giacchino Murat nel 1809.
Dalla metà del seicento la Città cominciava a stare un po’ stretta a tutti quei nobili che preferivano trovare ristoro nelle nuove ville. Il Vomero e l’Arenella cominciavano ad pian piano ad urbanizzarsi sui pendii di Via Palizzi ed attorno al borghetto dell’Antignano.
Qui già sorgeva una città oltre la Città.
LE FOTO
- Quartiere Martedei
- Murales in Salita San Raffaele a Materdei;
- Chiesa della Santissima Trinità alla Cesarea;
- Palazzo di Alessandro Costantino alla Costagliola;












