‘NAGioia, dalle colline a Sangiuvanniello accompagnati dagli acuti di Enrico Caruso

NAPOLI – Esiste un posto, lassù in collina, da cui Napoli non esiste. Persi per le viuzze della salita di Santa Maria ai Monti che portano al monastero delle Carmelitane Scalze, del tipico panorama non c’è traccia ed un’improvvisa amnesia mette in discussione i classici elementi della solita cartolina. Le masserie di queste contrade poggiano, in linea d’aria, non troppo lontane da Via Ponti Rossi. Da qui la sinuosa Partenope si offre nuda: poggia il capo su Capodimonte ed i dolci fianchi sul Vomero e Posillipo, copre il Vesuvio con un magico lenzuolo e fa l’amore con l’orizzonte.

Dov’è Napoli? È lì, lontana da noi, nella forma più sconosciuta che mai: s’esprime nella freccia del Palasciano che parla neogotico, nei futuristici edifici di Via Nicolini e nell’immenso, nonché sorprendente, verde urbano. La Finisterrae cittadina sorge qui. Scesi dal versante più ignorato della collina di Capodimonte, dunque, attraversati i Ponti Rossi, lasciando alla sinistra l’innovativo pilone del Parco Piazza Grande, ci avviciniamo a Piazza Ottocalli ed ai suoi dintorni, affettuosamente chiamati dagli autoctoni Sangiuvanniello.

Enrico Caruso ha abitato in questo posto e lo testimonia un busto, posto nella piazza, ed una targa, applicata a lato della saracinesca d’un’abitazione. Il celebre tenore qui cominciò a farsi amare, strappando i primi applausi, intonando te deum nella vicina chiesetta di San Giovanni e Paolo. Sangiuvanniello somiglia ad borghetto di provincia, incardinato coi suoi preziosi riferimenti e legato ad illustri figure che qui ebbero i natali.

Da Santa Maria ai Monti a Sangiuvanniello: dal promontorio alla valle, dalla ruralità alla civitas, dall’ascendenza alla realtà. Antitesi di luoghi sì, ma che non stride sul pentagramma della dolce rapsodia morfologica napoletana.

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