Prezzo del biglietto: 200 lire. Poco per l’epoca. Licola, Settembre 1975: festival del proletariato giovanile.
Un tripudio di migliaia di ragazzi giungeva da tutta Europa a riempire, per un lungo week end tardo estivo, una immensa piana che arrivava fino alla spiaggia.
Sul palco irruenti artisti: i Napoli Centrale, Battiato, De Gregori, gli Atomic Rooster …
Sponsorizzavano l’evento dei cartelloni dalle grandi lettere tracciate a mano, che all’epoca venivano chiamati i “dazibao” o “tazepao” (letteralmente “giornale murale”, il cui uso venne importato dalla Grande Rivoluzione Culturale cinese che prese il via nel 1966). “Quattro giorni di politica, di musica, di festa” vi si leggeva. Prendeva forma, così, più affascinante degli avvenimenti musicali (e non solo) della storia degli ultimi quarant’anni italiani: la nostra Woodstock.
Il pretesto era quello di lanciare un grande dibattito sociale che puntasse dritto a temi che sarebbero, ancora oggi, tremendamente attuali: droga, condizione femminile, aborto, disagi giovanili d’ogni specie.
Si ascoltava musica e si danzava. Si contestava e si urlava. Ci si ammiccava e ci si amava, poi magari ci si gettava sul terreno di uno spazio immenso dove nulla era vietato. Rocco e Antonia non avevano ancora finito di comporre il loro “Porci con le ali”, ma presto ogni forma di preconcetto sociale sarebbe stato subito etichettato in maniera sprezzante come borghese.
Si criticava, con più o meno consapevolezza, tutto: anche la generazione dei “fratelli grandi”, quella di “Ecce bombo”, non aveva più credito e risultavano noiosi e distanti persino i racconti del ’68. Nessuna smania di protagonismo per la generazione che ha vissuto gli anni settanta, ma tanta voglia di affermazione, soprattutto storica. Anche l’analisi dialettica, che fosse sana o no, che fosse costruttiva o meno, era del tutto indifferente. L’importante era tirare giù lo strapotere di certe passate narrazioni. “Per quale motivo occorre fare delle critiche costruttive? L’oculatezza del ragionamento è borghese, quindi malsano” si sarebbe detto a quei tempi.
La narrazione delle gesta di compianti compagni era un must spesso in voga nelle conversazioni, nelle solidarietà espresse a suon di cori e manifestazioni. Si combatteva l’emarginazione, e qualsiasi forma di potere e/o censura era da sdegnare nelle svariate espressioni: dalla resistenza fisica fino alla ironia dissacrante.
Non è che c’entrasse solo la politica, ma piuttosto l’idea di mondo che quella gioventù voleva disegnare. A quei tempi, del resto, ci si immedesimava negli ideali e nelle storie di ardori giovanili che credevano nella giustizia sociale e sentivano costrizioni e divieti sulla propria pelle.
Ecco, in particolare, i ricordi segnalati con maggiore soddisfazione da parte di chi c’è stato.
“Carico di enfasi contestatoria”, riferiscono romantici sessantenni, “fu quel lancio di pomodori ad Alan Sorrenti, colpevole di aver osato una musica troppo sperimentale per quel contesto”. L’avvenimento più significativo riguardò, poi, due ragazze che decisero di prendere il sole nude. Immediato fu l’intervento della polizia che, però, dinnanzi ad solidale muro di cinquecento ragazzi anch’essi nudi, fu costretta ad indietreggiare. Questi inveivano contro le forze dell’ordine ed urlavano, prima, a colpi di sillabe “nudi sì, ma contro la DC”, poi, a mò di provocatoria cantilena “arrestaci, arrestaci, arrestaci stò ca..o. Oooh, poliziaaa, arrestaci stò ca..o”.
Una Licola oggi non potrebbe esistere: diversi i tempi, diverso il tessuto socio culturale con cui ci si misura. Eppure in un’epoca così conformista, così biecamente connotata da reticenze e da asservimenti politici, un po’ di bordello, di “arrevuoto” non farebbe male a ristabilire qualche malsano equilibrio.
Le nostre battaglie sono quelle con l’hashtag davanti, quelle semplici che si conducono comodamente coi click e che sono espresse a concetti, non più speculando. La retorica di oggi è povera, ormai.
Abbiamo tutto e ce lo abbiamo a disposizione da sempre, ma si è persa l’abitudine, o forse la cultura, di urlare, di ribellarsi e di pesare le proprie conquiste a suon di cori.
Forse abbiamo perso pure il coraggio di sognare.




