Focus Bologna – Napoli. Italiano manda in crisi Conte. Dallinga e Lucumì spengono un Napoli mai entrato in campo

BOLOGNA – Se non è un allarme rosso, almeno è un arancione fortissimo. I sintomi erano già visibili nella scorse settimane, ma almeno i risultati ed un’ottima classifica (in campionato) aiutavano a mandar giù quella medicina amara che era (ed è) vedere il Napoli giocare. A Bologna, invece, non arriva neppure il conforto del risultato, perchè dal Dall’Aragli azzurri escono con le ossa rotte, schiantati da un Bologna contro il quale ha retto solo un tempo, pagando salatamente distrazioni difensive assolutamente non concesse, non giustificabili per una squadra che ambisce a confermare il titolo di campione d’Italia.

Non è giustificata, ancora meno, la non-reazione all’uno-due spietato e mortifero del Bologna, firmato Dallinga-Lucumì, dopo il quale il Napoli non è riuscito a produrre alcun tipo di grattacapi alla difesa felsinea, nè al giovane portiere Pessuina, al suo esordio in Serie A a sostituire Skorupski, infortunatosi a pochi minuti dal fischio d’inizio.

Decisamente, più che la sconfitta, che contro una squadra ben organizzata e ben allenata da Italiano poteva anche starci, spaventa il modo nella quale la suddetta si è concretizzata: un primo tempo ordinario, senza grossi squilli di tromba, da entrambi i versanti, a cui ha fatto seguito un secondo tempo nel quale il Napoli ha ceduto di schianto dopo il primo gol incassato e dal quale non si è più ripreso. Ed è preoccupante proprio che la squadra di Conte sia venuta meno proprio nei concetti più cari al suo allenatore, la grinta, la voglia di recuperare, l’ardore agonistico che sopperisce alle carenze tecnico-tattiche, in quei frangenti dove, in un modo o un altro, i partenopei trovavano sempre modo di riportare la barca al porto sicuro, dopo essere stata alla deriva.

Al Dall’Ara la squadra di Conte è rimasta nella tempesta, spostata dal turbinio delle onde del Bologna, meglio organizzata come squadra (non da oggi), guidata da Italiano che si sta dimostrando un allenatore di ottimo lignaggio, capace di dare un gioco effervescente alla squadra, conferendole una precisa identità di gioco, che all’ombra del Vesuvio resta un’utopia.

Conte, dalla sua, avrà tanto da lavorare durante la sosta, che mai come adesso capita a fagiolo, per consentire soprattutto al mister di schiarirsi le idee, in questo momento poche e confuse. Nella speranza che le nazionali non restituiscano al tecnico di Lecce un conto salato da pagare in termini di stanchezza ed infortuni.

Problemi, questi, di cui il Napoli ha mostrato di patire a sufficienza, che sono parte dei problemi che affliggono la squadra da almeno un mese, ma che non devo costituire una giustificazione alla sconfitta di oggi. Stavolta non regge neppure l’alibi del doppio impegno settimanale, in quanto anche il Bologna ne è coinvolto, tra l’altro giocando 48 ore dopo lo stesso Napoli.

Indubbiamente le assenze pesano, ma pian piano, tranne quelle dei lungodegenti Lukaku e de Bruyne, la squadra presentata a Bologna aveva le possibilità di poter fare bene, con Hojlund al centro dell’attacco; con McTominay riportato, ormai dall’infortunio di de Bruyne, nella posizione più congeniale di mezz’ala, con una difesa recuperata nei suoi elementi-cardine, come la coppia centrale Buongiorno-Rrahmani. Ed invece, hanno tutti fallito l’obiettivo.

In attacco regna il vuoto siderale: un gol nelle ultime cinque partite, Champions compresa, dovrebbero ben rendere lo stato catatonico nel quale versa il Napoli. Senza uno straccio di idea che sia una, sarebbe impossibile fare gol anche con Careca o Cavani ai massimi livelli. Come si può pensare di impensierire chicchessia con un tiro in porta, al massimo due, a partita? Davvero non si può sperare di fare qualcosa di meglio, potendo permettersi in rosa calciatori come Hojlund, Lucca, McTominay, Politano, Neres, Elmas e Lang? Siamo così sicuri che siano diventati così brocchi in pochi mesi?
Certo, rinunciare sistematicamente al turnover, proponendo la stessa squadra che ha giocato contro l’Eintracht, a ben vedere, non è stata un’idea particolarmente brillante da parte del mister, che ha preferito puntare per l’ennesima volta su Politano ormai spompato ed Elmas sulle due corsie esterne, tenendo in naftalina Neres e Lang, buttati nella mischia solo a svantaggio maturato.
Ingressi che non hanno cambiato alcunchè nell’economia della partita. L’olandese ed il brasiliano hanno cercato di metterci almeno un po’ di vivacità, ma l’impressione è di quelle di due ragazzi consapevoli del loro ruolo di “riserve”, pertanto incapaci di fare la differenza, anche perchè sanno bene che nel prossimo match saranno di nuovo lì a scaldare la panchina.
Di Lucca entrato a tre minuti dalla fine neppure c’è da soffermarsi più di tanto: del suo ingresso non se n’è accorto nessuno, ed è ancor meno comprensibile come avrebbe potuto cambiare le cose.
Sostanzialmente, ennesima partitaccia dalla cintola in su, quasi senza tiri in porta, con la difesa del Bologna che ha potuto prendersi un pomeriggio di semi-relax, e addirittura Lucumì ha provveduto a dare il colpo di grazia al Napoli moribondo, tanto inconsistente era la fase offensiva degli azzurri, stavolta nemmeno lontanamente supportata dalle intromissioni in area di rigore di McTominay e Zambo Anguissa, i veri salvatori della patria delle ultime giornate ma che a Bologna hanno marcato visita.

E all’appello manca anche quella solidità difensiva che sembrava essere ritornata in auge grazie al rientro in pompa magna dei paladini della fortezza, Rrahmani e Buongiorno, che hanno puntualmente rimandato in naftalina, insieme al nutrito plotone di attaccanti e mezzepunte, anche il duo difensivo di riserva, Beukema-Juan Jesus. Ma neppure l’asse portante dello scorso Scudetto sembra capace di aggirare il periodo grigio, anzi partecipando a grandi percentuali al disastro del Dall’Ara.
Cambiaghi, subentrato a Rowe, ad inizio ripresa, è il dispositivo che fa inceppare i già malmessi impianti difensivi di Conte, mettendo in ambasce il povero Di Lorenzo, che si ritrova, per l’ennesima volta a fronteggiare un avversario che è incapace di arginare. I detonatori sono Dallinga e Lucumì: il primo brucia Rrahmani sul tempo e sullo spazio in occasione del gol del vantaggio felsineo, laddove neppure un altro grande “salvatore della patria” delle ultime uscite, Milinkovic Savic esce indenne da responsabilità. Nel secondo gol di Lucumì è invece Buongiorno a finire dietro la lavagna, saltando a vuoto e lasciando il difensore bolognese libero di colpire.

Insomma, buchi da ogni parte la si voglia vedere, in una partita che ha vaporizzate le poche certezze su cui si basava questo Napoli. Che poi, è paradossale parlare in termini così catastrofici di una squadra che, almeno per qualche ora è ancora prima in classifica (in attesa di Roma ed Inter), e vorremmo parlare di una partita storta, di quelle nelle quali non è riuscito praticamente nulla rispetto a quello che si è soliti vedere. Ma la realtà, come spesso accaduto, narra di come i  risultati hanno mascherato carenze che ci sono sempre state e che a Bologna sono esplose definitivamente, dopo le mezze magre figure contro Como ed Eintracht.

Ed indubbiamente, per come si sta mettendo la situazione, la critica non mancherà di castigare pesantemente la squadra, i giocatori, ragazzi che hanno le loro responsabilità, sia chiaro, ma tenendo lontano dal bersaglio della critica, colui sulla quale adesso qualche riflessione in più si potrebbe anche osare farla.
Conte è un grande allenatore, questo è fuori discussione e la sua carriera parla per lui, ma per quanto grande nei suoi punti di forza, nella sua capacità di entrare nella mente dei suoi calciatori, come accaduto la scorsa stagione, spingendo il Napoli verso il clamoroso quarto Scudetto, è altrettanto carente e per niente migliorato in quelle che sono le sue storiche debolezze, i suoi nervi scoperti, ovvero la gestione di un grande club attraverso una stagione dove c’è da portare avanti più competizioni. Conte è bravissimo a risollevare una squadra dal decimo posto, conducendola allo Scudetto dopo una sola stagione, ma lo è meno se lo stesso club deve riconfermarsi a determinati livelli.

La speranza è quella di cambiare la tendenza, ma ci vuole davvero quell’intuizione, quell’illuminazione che in questo momento il mister non sembra avere. Inoltre, cosa forse assai peggiore, è che sembra non avere più il polso e il controllo sulla squadra, non è riuscito a fare gruppo, cadendo nello stesso errore commesso lo scorso anno, che per fortuna non portò conseguenze, ovvero scindere il gruppo dei “titolarissimi” dalle riserve, concetto che ha costretto calciatori come Raspadori, Simeone, Ngonge a scappare via da Napoli per la scarsa considerazione che aveva di loro il mister.
Stavolta, il problema è molto più amplificato, perchè il dover giocare ben quattro competizioni, porta alla gestione di un gruppo più nutrito di calciatori, neppure scarsi tra l’altro, che non possono e non devono essere “categorizzati” o etichettati in base al loro utilizzo. Da qui, i problemi di rendimento dei nuovi, ma anche di calciatori come Neres, ad esempio, un lusso per molte squadre, ma che a Napoli sembrano essere di troppo.

Se poi a tutto questo desolante quadro, aggiungiamo problematiche di natura fisica, atletica, di tanti infortuni e di come, in partite come quelle di Bologna, il Napoli venga messo agevolmente sotto anche sotto l’aspetto tattico, allora le preoccupazioni aumentano ancora di più. La pausa, come detto, giunge a proposito per dare a Conte tempo e modo di riflettere su come trovare rimedi ad una serie di problemi sui quali fino ad oggi, quasi tutti hanno preferito chiudere un occhio. Ma questa opacità del Napoli rischia di diventare regola e non più eccezione, e bisogna fare qualcosa in tempi brevissimi o si rischia di scivolare nuovamente verso l’anonimato, esattamente come accadde a posteriori del terzo Scudetto.

La nota positiva è che, nonostante tutto, il Napoli è lì, mal che vada, si troverebbe a due punti dalla capolista. Uno scenario distopico se pensiamo al mediocre livello di partite che, da almeno un mese a questa parte, la squadra partenopea mette in scena. E non è uno spettacolo divertente, per chi tifa, per chi guarda, per chi paga.
Ed allora, ben venga la pausa, ed arrivederci al rientro, sperando di commentare un Napoli migliore, ma l’impressione è che sia davvero difficile fare peggio di oggi, anche se è meglio dirlo a bassa voce.

 

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