Ogni weekend nelle piazze, nei parchi e fuori dai locali di mezza Italia, ragazzi e ragazze, spesso giovanissimi, stringono in mano un palloncino colorato, ci portano la bocca sopra e aspirano. Ridono, barcollano, si riprendono col telefono. Qualcuno sviene, qualcun’altro non si rialza più. Benvenuti nel mondo del protossido d’azoto, il cosiddetto “gas esilarante“, l’ultima moda che spopola tra i giovanissimi e che il programma di Rai Tre Far West ha portato sotto i riflettori con un’inchiesta che ha fatto molto discutere.
Il protossido d’azoto in medicina viene usato da decenni come anestetico e sedativo, in cucina lo si trova ad esempio nelle bombolette per montare la panna, ma da qualche anno ha trovato un’altra strada, quella dello sballo a basso costo e ad alto rischio, molto diffuso tra adolescenti e ventenni che lo acquistano con una facilità disarmante: online, nei negozi di forniture per pasticceria, nei banchetti improvvisati fuori dalle discoteche, a volte perfino dai compagni di scuola. Il prezzo? Pochi euro. La percezione del pericolo? Quasi zero.
Ed è esattamente qui che risiede il problema più grave: non tanto nella sostanza in sé, quanto nella narrazione che la circonda. Il palloncino colorato non evoca overdose, non spaventa i genitori come una sigaretta di marijuana, non attiva gli stessi allarmi mentali di una pasticca. Sembra un gioco innocuo. Sembra, appunto, ma non lo è.
L’inalazione di protossido d’azoto provoca una rapida riduzione dell’ossigeno nel sangue, con effetti che vanno dall’euforia temporanea agli svenimenti, fino a danni neurologici permanenti. Il gas interferisce con il metabolismo della vitamina B12, e un’esposizione ripetuta può causare una neuropatia degenerativa, cioè un danno progressivo al sistema nervoso che si manifesta con formicolio agli arti, perdita di coordinazione, difficoltà a camminare. Non domani, non fra vent’anni: in alcuni casi documentati, i sintomi sono comparsi dopo pochi mesi di uso regolare in ragazzi di diciotto, diciannove anni. In Italia i casi di ricovero correlati all’uso ricreativo di N₂O sono in aumento, ma i dati ufficiali restano frammentari e spesso sottostimati, non esiste ancora un registro nazionale specifico, e molti medici al pronto soccorso non collegano immediatamente i sintomi neurologici all’abuso di gas esilarante, semplicemente perché i pazienti non lo dichiarano spontaneamente. Perché ammettere di essersi fatti con un palloncino? Suona ridicolo anche dirlo. E invece è una delle nuove frontiere dell’emergenza sanitaria giovanile.
Far West, nella sua inchiesta, ha mostrato qualcosa che molti sapevano ma pochi volevano vedere: la vendita di cartucce di N₂O avviene quasi indisturbata, spesso aggirando le normative esistenti attraverso la classificazione del prodotto come “uso alimentare”, i rivenditori si tutelano così, formalmente nella legalità, mentre il prodotto finisce nelle mani di chi non ha nessuna intenzione di montare la panna. Le bombolette più grandi, quelle da uso professionale, contengono quantità di gas sufficienti a riempire decine e decine di palloncini. E il mercato, manco a dirlo, è fiorente.
Ho parlato con Marco (nome di fantasia, per tutela privacy), ventidue anni, studente universitario del Sud Italia, che ha usato gas esilarante per circa un anno in contesti festivi:
Come hai cominciato?
Me lo hanno offerto a una festa, avevo diciassette anni. Non sapevo nemmeno cosa fosse. Tutti ridevano, sembrava una cosa stupida e innocua. Poi ho scoperto che costava pochissimo e ho iniziato a comprarlo io stesso.
Ti hanno mai spiegato i rischi?
Mai. Anzi, in giro si diceva sempre che fa meno male di una birra. Era la frase standard per convincere i più riluttanti. Su TikTok ci sono video con milioni di visualizzazioni dove i ragazzi si filmano mentre lo usano, ride tutto, sembra uno scherzo.
Hai smesso. Perché?
Perché un mio amico ha iniziato ad avere problemi alle gambe. Formicolii, difficoltà a camminare. Aveva diciannove anni. Il medico ha detto che era colpa del gas. Lì ci siamo svegliati.
Quello che racconta Marco non è un caso isolato ma uno schema che si ripete: normalizzazione attraverso i social, diffusione tramite il passaparola, assenza totale di informazione sui rischi reali. TikTok e Instagram sono diventati, di fatto, i principali canali pubblicitari involontari di questa pratica. I video circolano, le visualizzazioni si moltiplicano, gli algoritmi li amplificano perché generano interazioni. Nessuno ci rimette, apparentemente, tranne chi aspira.
La domanda che viene spontanea, e che Far West ha posto senza troppi giri di parole, è: dov’è lo Stato in tutto questo? La risposta, purtroppo, è la solita: in ritardo, impreparato, e troppo occupato a rincorrere l’emergenza piuttosto che a prevenirla. Il protossido d’azoto è stato inserito nella lista delle sostanze stupefacenti in alcuni Paesi europei, come il Regno Unito, dove dal 2023 la detenzione a scopo ricreativo è reato. In Italia il dibattito esiste, ma la normativa è ancora largamente insufficiente. Mancano controlli sui punti vendita, mancano campagne di informazione capillare nelle scuole, manca soprattutto la consapevolezza che questo non è un problema di serie B solo perché il veicolo è un palloncino colorato.
Perché succede? Chi ci guadagna? Le domande sono le stesse di sempre, le stesse che ci si pone davanti a ogni emergenza sociale che esplode dopo anni di segnali ignorati. Ci guadagnano i rivenditori, ci guadagnano i produttori di bombolette che vendono un prodotto legale senza responsabilità penali, ci guadagna indirettamente tutto quell’indotto festivo notturno che prospera sull’alterazione della coscienza altrui. Non ci guadagna il ragazzo che a vent’anni si ritrova con danni neurologici e una vita già compromessa.
Il gas esilarante fa ridere, dicono. Già. Ma c’è davvero poco da ridere.




