Difterite, in Campania un bambino su quattro non fa il richiamo

La morte di una bambina di quattro anni a Palermo ha riportato sotto i riflettori una malattia che in Italia, grazie alle vaccinazioni, era diventata quasi un ricordo del passato. La difterite è tornata a far parlare di sé non perché sia in corso un’epidemia, ma perché il caso siciliano ha riaperto una questione molto concreta: quanto è alta oggi la protezione della popolazione?
I numeri della Campania raccontano una situazione che merita attenzione, soprattutto quando si parla dei richiami vaccinali in età prescolare.
Secondo i dati del Ministero della Salute relativi al 2024, nella coorte dei bambini nati nel 2017 la copertura per il richiamo contro difterite, tetano e pertosse effettuato tra i 5 e i 6 anni si è fermata al 74,75%, un dato che significa che più di un bambino su quattro non aveva effettuato il richiamo entro i tempi considerati dalla rilevazione.
È un numero lontano dal 95%, soglia indicata dagli organismi sanitari come obiettivo per garantire un livello elevato di protezione collettiva.
Il dato va però letto con attenzione. Non significa che un bambino campano su quattro sia completamente privo di vaccinazioni contro la difterite. Il problema riguarda soprattutto il passaggio successivo al ciclo iniziale.
La situazione delle prime vaccinazioni, infatti, appare decisamente migliore. Per i bambini della coorte 2022, la copertura della componente antidifterica dell’esavalente a 24 mesi raggiunge in Campania il 93,42%. È quindi nel percorso successivo che si apre una falla: famiglie che rimandano, richiami che vengono dimenticati, appuntamenti che saltano e situazioni vaccinali che non vengono aggiornate nei tempi previsti.
Ed è proprio questo il punto sul quale il caso di Palermo dovrebbe far riflettere.
La bambina morta il 20 agosto non era vaccinata: dopo i primi sintomi, tra febbre, vomito e difficoltà nell’alimentazione, le sue condizioni sono peggiorate rapidamente. L’Istituto superiore di sanità ha poi confermato la presenza del Corynebacterium diphtheriae e, soprattutto, del gene responsabile della produzione della tossina difterica.
La difterite è una malattia batterica che può interessare le vie respiratorie. Alcuni ceppi producono una tossina particolarmente pericolosa, capace di provocare complicazioni anche a carico del cuore e del sistema nervoso e, nei casi più gravi, può arrivare a compromettere la respirazione.

Naturalmente la vaccinazione non rappresenta una garanzia assoluta contro qualsiasi infezione, ma riduce in maniera significativa il rischio di sviluppare forme severe della malattia.
Ed è proprio questo il motivo per cui i richiami non devono essere considerati un dettaglio secondario.
Il calendario vaccinale prevede il ciclo iniziale nei primi mesi di vita e successivamente il richiamo tra i 5 e i 6 anni contro difterite, tetano, pertosse e poliomielite. Un altro richiamo è previsto durante l’adolescenza.
Quando una dose viene saltata, però, non significa che il percorso sia compromesso definitivamente. Le famiglie che non ricordano se il richiamo sia stato effettuato, che hanno una documentazione incompleta oppure che si sono accorte di essere in ritardo possono rivolgersi al pediatra o al centro vaccinale della propria Asl per verificare la situazione e, se necessario, recuperare le dosi mancanti.
La Regione Campania dispone inoltre di un’anagrafe vaccinale che permette di verificare le posizioni e individuare eventuali inadempienze.
La cosa importante, quindi, è non trasformare il caso di Palermo in un motivo di panico. Al momento non emerge un focolaio di difterite in Campania, i dato del 74,75% rappresenta piuttosto una debolezza sul fronte della prevenzione che non dovrebbe essere ignorata.
Perché una malattia possa rimanere rara non basta che esistano cure efficaci. Serve anche una popolazione sufficientemente protetta.
Quando le coperture diminuiscono, aumenta infatti il numero delle persone suscettibili e diventa più facile, nel caso di un’infezione importata, trovare soggetti non immunizzati.
La difterite è l’esempio perfetto di una malattia che la medicina ha contribuito a rendere quasi invisibile, ma il fatto che oggi se ne senta parlare raramente non significa che il batterio sia scomparso.
La lezione che arriva dalla Sicilia, dunque, non è quella di avere paura, ma quella di controllare.
Il dato campano non racconta un’emergenza epidemica, ma qualcosa che riguarda molto più da vicino la quotidianità delle famiglie: la prevenzione funziona quando viene seguita anche dopo le prime vaccinazioni.

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