Il quinto sacco da boxe distrutto in pochi anni non è solo un attrezzo da sostituire: misura quanto la città fatichi a custodire ciò che appartiene a tutti.
Il sacco da boxe della Mappatella Gym non è arrivato a fine estate. Squarciato, svuotato, abbandonato tra le sbarre e i pesi del lungomare napoletano, è l’ultimo di una serie che va avanti praticamente dal giorno dell’inaugurazione: uno dopo l’altro, gli attrezzi installati in quello spazio hanno avuto vita breve, strappati, spaccati, resi inservibili nel giro di poche settimane.
La palestra all’aperto nasce per essere usata gratuitamente da chiunque voglia allenarsi con il mare davanti, ma regolarmente finisce nel mirino di chi decide di sfogarsi proprio contro quella gratuità, contro una struttura che non appartiene a un singolo proprietario e che per questo, paradossalmente, dovrebbe valere ancora di più.
Non è la prima volta e difficilmente sarà l’ultima. Il copione, a Mappatella Gym, è sempre lo stesso: si installa un attrezzo, qualcuno lo distrugge, bisogna sostituirlo, si ricomincia. Cambiano gli oggetti (un sacco da boxe, una sbarra, una panca) ma la dinamica resta sempre la stessa, tanto che ormai diventa quasi più semplice contare le settimane in cui tutto è rimasto intatto piuttosto che quelle in cui qualcosa è stato rotto.
Esiste anche un paradosso più quasi ironico, in questa storia: un sacco da boxe nasce apposta per essere colpito, per assorbire pugni, per resistere all’urto, eppure quello della Mappatella Gym non cede sotto i colpi di chi lo usa per allenarsi, ma sotto quelli di chi lo prende di mira per il solo gusto di romperlo. La differenza sta tutta qui, tra un gesto che rientra nella funzione dell’oggetto e uno che la nega del tutto, trasformando uno strumento sportivo in un bersaglio simbolico.
Il problema però non è il singolo sacco, e nemmeno il singolo vandalo che lo ha squarciato: è quello che rivela sulla capacità di una città di prendersi cura degli spazi che condivide. Uno spazio pubblico funziona solo se chi lo attraversa lo riconosce come proprio, e la sequenza di danneggiamenti alla Mappatella Gym racconta l’esatto contrario, un luogo che resta di tutti sulla carta ma che nei fatti nessuno sente il dovere di proteggere.
Costruire una struttura del genere ha un costo, mantenerla in funzione ne ha uno persino maggiore, e ogni atto vandalico si traduce in una spesa che si aggiunge alle altre: comprare un nuovo sacco, installarlo, sperare che duri più del precedente. È un meccanismo che a lungo andare logora chi gestisce lo spazio più di quanto logori chi lo danneggia, perché il vandalo agisce in pochi minuti mentre chi deve rimettere ordine impiega settimane, tra pratiche, fondi da reperire e attrezzature da riacquistare.
In una palestra privata un episodio del genere sarebbe quasi impensabile: telecamere, tesserino d’ingresso, personale che sorveglia, costi di sostituzione già inclusi nella quota mensile. A Mappatella Gym niente di tutto questo esiste, e non potrebbe essere altrimenti, perché lo spazio è pensato per restare aperto, accessibile, senza filtri. Ma proprio questa apertura, che è il valore aggiunto della struttura, ne è anche la fragilità: senza filtri d’ingresso, la protezione degli attrezzi può arrivare solo da due leve, la sorveglianza istituzionale (telecamere, presìdi, controlli) e il senso di responsabilità di chi frequenta lo spazio. Quando entrambe mancano, come sembra accadere qui, il danneggiamento diventa quasi inevitabile.
E qui si arriva al punto che conta davvero. Fin quando ad ogni danneggiamento resta la sostituzione dell’oggetto rotto, il problema non verrà mai risolto, solo rinviato al prossimo attrezzo. Nessuna telecamera aggiuntiva, nessun presidio, nessuna forma di responsabilizzazione di chi frequenta lo spazio: si ripara, si riapre, si aspetta che accada di nuovo. È una gestione che insegue l’emergenza invece di prevenirla, che interviene dopo e mai prima, e che finisce per normalizzare il danno come se fosse parte naturale della vita di una struttura pubblica.
Restano poi domande che vanno oltre il singolo sacco da boxe. Quanto ha senso continuare a investire in attrezzature pubbliche se ogni nuovo elemento rischia di durare pochi mesi? E soprattutto, chi decide che è più conveniente sostituire all’infinito piuttosto che affrontare una volta per tutte le ragioni per cui quello spazio continua a essere preso di mira?
Mappatella Gym, va detto per onestà, resta frequentata, viva, utile a chi la usa davvero per allenarsi. Ma la storia dei suoi attrezzi distrutti uno dopo l’altro racconta qualcosa che va oltre lo sport: la fatica di tenere in piedi, in questa città, l’idea stessa di bene comune. Uno spazio pubblico non appartiene a chi lo frequenta occasionalmente né a chi lo amministra sulla carta: appartiene a tutti nello stesso momento, e proprio per questo nessuno può permettersi di considerarlo un problema di qualcun altro.
A Mappatella Gym, oggi, manca un sacco da boxe. Ne arriverà uno nuovo, quasi certamente, perché la struttura non può restare a metà. Ma se nel frattempo nessuno si chiede perché il precedente non sia arrivato a fine estate, il nuovo farà semplicemente la stessa fine e la responsabilità, allora, non sarà più soltanto di chi lo avrà strappato.





