Napoli, embrione sbagliato al San Paolo, l’Asl ammette l’errore: “Non fu uno scambio”

L’azienda sanitaria risponde alla vicenda della bimba nata da fecondazione in vitro e risultata non biologicamente figlia della coppia che l’ha messa al mondo: nessun embrione dei genitori napoletani sarebbe finito in un’altra donna, ma qualcosa, nel percorso di procreazione medicalmente assistita del centro ospedaliero, si è comunque inceppato.

Non uno scambio, ma un errore nella fase di trasferimento in utero. È questa la versione fornita dall’Asl Napoli 1 Centro, che ha competenza sull’ospedale San Paolo, dopo la denuncia presentata alla Procura da una coppia che aveva scoperto, tramite un test genetico, che la figlia nata in seguito a un ciclo di fecondazione assistita non condivideva il loro patrimonio biologico. Il timore dei genitori, una volta emerso il sospetto, era non solo di aver cresciuto una bambina che biologicamente apparteneva ad altri, ma anche che da qualche parte, magari nel grembo di un’altra donna, fosse cresciuto un figlio loro, senza che nessuno ne sapesse nulla. L’azienda sanitaria, con una nota diffusa nei giorni scorsi, ha voluto chiudere almeno questo secondo capitolo: gli embrioni della coppia, chiarisce, non sono mai stati impiantati altrove. Non esiste, in altre parole, un figlio biologico dei due genitori nato da un’altra gravidanza.

La vicenda risale a un anno fa, quando la scoperta della mancata corrispondenza genetica ha fatto scattare l’allarme all’interno della struttura. Da quel momento, riferisce l’Asl, sono partite una serie di iniziative interne: l’apertura di un audit clinico, la costituzione di un gruppo ispettivo multidisciplinare incaricato di ricostruire l’accaduto e, provvedimento più drastico, la sospensione di ogni attività legata alla procreazione medicalmente assistita nel presidio. Parallelamente sono state avviate “tutte le attività di riorganizzazione, censimento, gestione dei campioni e riattivazione del percorso autorizzativo, nonché le azioni volte al superamento delle criticità evidenziate dal gruppo ispettivo interno“, un lavoro che, stando a quanto racconta la stessa azienda sanitaria, non si è limitato a tamponare l’emergenza ma ha comportato una revisione complessiva del centro, tanto sul piano organizzativo quanto su quello tecnico: “ne è conseguita una profonda ristrutturazione del centro dal punto di vista strutturale, tecnologico e organizzativo, con acquisizione di più moderne attrezzature per la criobanca e per il laboratorio di seminologia ed embriologia“.

Dopo mesi di stop, l’ambulatorio di procreazione assistita ha riaperto i battenti nella prima settimana di agosto, ricontattando le coppie rimaste in lista d’attesa o già inserite in un percorso terapeutico. Manca però ancora l’ultimo tassello prima del pieno ripristino dell’attività: come precisa la stessa Asl, dopo i sopralluoghi e le verifiche già effettuate, si attendono ora “solo delle ultime certificazioni per procedere alla riattivazione del centro in tutte le sue funzionalità“. Un passaggio burocratico, si potrebbe pensare, ma che in realtà pesa parecchio su chi, in questi mesi, ha dovuto sospendere o rimandare un percorso di fecondazione già di per sé lungo, faticoso, carico di aspettative.

C’è però un punto su cui vale la pena soffermarsi: che si tratti di uno scambio vero e proprio o di un errore nella fase d’impianto, il risultato concreto per la famiglia coinvolta resta identico: una bambina cresciuta per mesi senza sapere di non condividere alcun legame genetico. Cambia l’etichetta giuridica, cambia forse la responsabilità da accertare nelle sedi competenti, ma non cambia il dato di fatto attorno a cui ruota l’intera vicenda: un embrione che non apparteneva alla coppia è stato trasferito nell’utero della donna al posto del proprio. Insomma, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: la sostanza della vicenda, quella che riguarda da vicino la vita di una famiglia e di una bambina, resta la stessa, al di là di come la si voglia definire tecnicamente.

Sul piano giudiziario, intanto, l’azienda sanitaria ribadisce di essersi costituita parte lesa nel procedimento aperto dalla Procura partenopea, sottolineando di riporre “piena fiducia nell’operato della magistratura e nel definitivo accertamento dei fatti, nelle competenti sedi, nella consapevolezza di aver posto in essere ogni iniziativa necessaria al superamento delle criticità rilevate, alla piena tutela dell’interesse pubblico e degli assistiti e alla completa riattivazione della struttura del presidio ospedaliero San Paolo“. Parole che, se da un lato testimoniano la volontà dell’azienda di collaborare con gli inquirenti, dall’altro lasciano ancora aperti diversi interrogativi: a partire da come sia stato materialmente possibile lo scambio in fase di trasferimento, fino alle responsabilità individuali che l’inchiesta dovrà accertare. Sull’esito delle indagini, al momento, non è dato sapere nulla di definitivo: resta un fascicolo aperto, affidato agli accertamenti della Procura di Napoli.

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