Quando la scienza che promette la vita perde l’identità: la procreazione assistita cresce in Italia senza i controlli che una posta in gioco simile richiederebbe
Il 3 giugno 2025 nasce una bambina al San Paolo di Napoli. I genitori l’hanno cercata per anni: fecondazione in vitro, embrioni congelati, un secondo figlio atteso dopo un primo tentativo riuscito. Il gruppo sanguigno, però, non torna. Non corrisponde a quello della madre, non corrisponde a quello del padre. Gli approfondimenti diagnostici, il test del Dna, confermano il sospetto più difficile da accettare: quella bambina non è, geneticamente, figlia loro.
“Abbiamo scoperto lo scambio di embrioni e siamo entrati in un vortice di emozioni, ci siamo chiesti se i nostri erano stati impiantati a un’altra coppia“, racconta il padre, 41 anni, sposato con una donna di 36. A luglio 2025 la coppia presenta un esposto alla procura di Napoli: si apre un fascicolo per lesioni colpose, ancora pendente. Il Nas, su delega della pm Stella Castaldo sezione Lavoro e Colpe Professionali, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci avvia gli accertamenti nel centro di procreazione medicalmente assistita dell’ospedale di Fuorigrotta. “Ciò che ci tormenta è l’idea che possa esistere da qualche parte un nostro figlio biologico“, aggiunge il padre. La coppia ha scelto comunque di riconoscere la bambina nata dal loro utero, anche se non dal loro Dna: “intendiamo crescerla“, dicono. Il loro avvocato, Petruzzi, chiude la vicenda in una frase sola: “Siamo passati dallo scambio in culla a quello nell’utero. Riteniamo ci sia un danno psicologico da quantificare“.
Lo scambio in culla, appunto. Negli anni Sessanta e Settanta capitava raramente che due neonati finissero scambiati in un reparto di maternità per l’assenza di braccialetti identificativi o di controlli incrociati tra il letto e la cartella. Da quegli errori sono nati protocolli, doppie firme, codici a barre, impronte plantari. Oggi lo stesso errore si è spostato a monte, in laboratorio, in una fase in cui il futuro figlio non è ancora un corpo da etichettare ma una provetta fra altre provette, una sigla su un vetrino. La provetta non piange, non ha un polso a cui legare un bracciale, e l’unico controllo possibile è quello umano, in un momento in cui non c’è famiglia presente, non c’è testimone, non c’è nessuno a verificare se non il personale del centro stesso.
Nel diritto romano c’è un principio semplice: mater semper certa est, la madre è certa perché è quella che partorisce. La legge 40 del 2004, che in Italia regola la procreazione medicalmente assistita, si è costruita attorno a un’idea simile, aggiornata: nel 2014 la Corte costituzionale ha aperto alla fecondazione eterologa, stabilendo che il figlio nato da gameti donati sia, a tutti gli effetti, figlio della coppia che ha prestato il consenso, non del donatore. Una norma pensata apposta per evitare che l’identità genetica diventasse un ricatto o un’arma. Ma quella norma presuppone il consenso: la coppia sa, prima, che il patrimonio genetico del figlio non sarà interamente il proprio. Nel caso di Fuorigrotta questo consenso non è mai esistito, perché i due erano convinti di impiantare il loro embrione. La legge, in questo scenario, resta silente: prevede l’eterologa voluta, non l’eterologa per errore.
Davanti a casi come questo, riaffiora spesso la stessa domanda: è lecito affidarsi alla scienza per avere un figlio, forzando quella che si continua a chiamare “natura”? La domanda è però già superata dai fatti. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, quasi una coppia su sei nel mondo incontra difficoltà a concepire naturalmente, per ragioni che vanno dall’età sempre più alta in cui si cerca il primo figlio a fattori ambientali, lavorativi, di salute. La società ha già risposto, e lo fa ogni anno in migliaia di centri: la provetta non è un’eccezione né una forzatura, è diventata parte ordinaria del modo in cui si costruiscono le famiglie. Il punto non è più se ricorrere alla scienza, ma è a quali condizioni, con quali controlli, sotto quale responsabilità.
Ed è qui che il caso di Fuorigrotta smette di essere un fatto di cronaca e diventa un sintomo. L’Istituto superiore di sanità pubblica ogni anno i dati sui cicli di fecondazione assistita avviati in Italia, sulle nascite, sui tassi di successo per fascia d’età, ma non esiste nessun registro pubblico degli errori. Ogni centro custodisce i propri incidenti dentro le proprie cartelle, e li rende pubblici solo quando, come in questo caso, una famiglia decide di denunciare. Quante altre coppie, in Italia, stanno crescendo un figlio che biologicamente appartiene a qualcun altro, senza saperlo mai?
Il fascicolo aperto dalla procura di Napoli per lesioni colpose stabilirà, forse, chi ha sbagliato quel giorno nel laboratorio di Fuorigrotta. Non stabilirà perché un settore che tocca la parte più intima e più delicata dell’identità di una persona possa funzionare per vent’anni senza un sistema nazionale che raccolga, confronti e renda visibili i propri errori. Non dirà chi ha l’obbligo di cercare, da qualche parte in Italia, la coppia che sta crescendo la figlia biologica di questi due genitori napoletani. E non dirà, soprattutto, chi lo spiegherà un giorno a quella bambina nata il 3 giugno: che sua madre, quella che l’ha voluta, non è quella che l’ha generata, e che nessuno, prima che accadesse, aveva pensato a proteggerla da questo.




