Higuain abbatte il muro del Carpi. L’ottava vittoria è da record

Higuain abbatte il muro del Carpi. L’ottava vittoria è da record

L’arbitro Doveri nega un rigore al Napoli nel primo tempo, poi annulla una rete regolare a Callejon nel secondo tempo

@Saverio Nappo

NAPOLI – Sapete? Passiamo la maggior parte della nostra vita ad aspettare. Come no? Fermatevi, pensateci un attimo. Aspettiamo l’amico che ci viene a prendere in un pomeriggio soleggiato, aspettiamo la chiamata di nostra madre che ci dirà che va tutto bene – qui tutto bene, tu stai mangiando? Si, signora. – . Aspettiamo il nostro turno alla cassa del supermercato, oppure aspettiamo che il professore ci chiami per esporre al suo cospetto. Aspettiamo di maturare abbastanza per poter dire che, si, abbiamo la barba da curare o la bocca ben definita per poter mettere il rossetto. Aspettiamo di ricongiungerci con la persona amata, con i nostri cari o, semplicemente, con noi stessi. Aspettiamo, mentre la vita ci scorre tra le mani, come l’acqua del rubinetto, senza riuscire a fermarla per poterla guardare quieta ed immobile in tutta la sua trasparenza. L’attesa colora le cose, da un sapore nuovo al tempo che passa. Nell’attesa si palesa lo scopo dei nostri gesti, delle nostre azioni. Quanto tempo sia passato dall’inizio di questa attesa neanche lo si ricorda più. Però l’attesa ha anche una fine, oltre un fine. Un vialetto di provincia, alberato, in maniera deliziosamente casuale. Immaginatevi su di esso, lenti, affannati, ma decisi ad arrivare fino in fondo. Il vialetto finisce, all’improvviso, dissolvendosi in una piazza. A Torino, nel giorno degli innamorati. Aspettami, amore mio. L’attesa finirà.

Quando l’attesa volge al termine, in bocca avvertiamo un sapore agrodolce, qualcosa che forse assomiglia al rum dopo il pezzetto di cioccolato fondente, oppure al sapore della sigaretta dopo aver mangiato i pistacchi e le noccioline, non so se rendo l’idea. E’ un qualcosa di incerto, di indefinito, ma che è proprio lì nella vostra bocca. L’attesa che volge al termine vi ammorbidisce le gambe, mentre vi costringe il cuore in gola. Siete lì ad un passo dall’arrivo, ma manca ancora qualche interminabile metro, magari in leggera salita. La salita, la solita onnipresente salita, con il terreno sconnesso, la meta a vista d’occhio su in cima, e l’attesa che toglie le forze e brucia la consapevolezza di potercela fare, di avercela già fatta, oramai. La fine dell’attesa si chiama Napoli-Carpi, il fondo sconnesso è il catenaccio fatto di undici uomini avanti l’area di rigore e la meta su in cima è il destino.

12715333_10208743082038850_7943358422529486311_nMaurizio Sarri ha dichiarato di aver “parlato agli uomini, in settimana” e che, d’ora in poi non ci sarebbe stato altro da aggiungere. Avrà sorriso ai suoi, logorati forse dall’attesa, di Napoli- Carpi e di quello che viene dopo, fra sette giorni. Non sapremo mai cosa abbia detto ai suoi, ma quello che si vede è che la tristezza è svanita nel nulla, come le paure. Non c’è ansia, né emozioni messe alle corde. Si vedono in campo uomini, determinati, che si riempiono di “ora” abbandonando l’oscurità del “tanto tempo fa”. Il Napoli è ora e soffia via tutte le nubi che provano ad addensarsi su di esso. E allora, cancellato il razzismo con l’ironia, rimpiccioliti gli errori degli uomini in giallo con l’attacco continuo e ostinato di chi rincorre il dolcissimo senso di soddisfazione che nasce dal vedere una rete mossa da un pallone calciatogli contro, in qualsiasi modo. Non c’è altro modo per descrivere 94 minuti di ossessionante e continuo giro palla, non trovo un modo migliore per raccontare l’ostinata voglia del Napoli di cercare il vantaggio, quasi senza dare peso al rigore non dato e al goal (regolare) annullato a Callejon che, in epoche neanche tanto passate, avrebbero gettato benzina su un fuoco pronto a bruciare tutti i castelli di carta dei 40mila del San Paolo. Invece, passaggio dopo passaggio, tentativo dopo tentativo, tiro dopo tiro, l’attesa volge al termine: rigore, su Koulibaly, netto.

 

12661977_10208743102439360_1687842424568511519_nInsigne corre a prendere il pallone a bordo campo, come un bambino in preda a qualcosa che è un misto di gioia e preoccupazione. Ritorna al centro dell’area di rigore, sul dischetto. Non dice una parola, con il pallone in mano. Di fronte a lui c’è Gonzalo Higuain, muto. Attesa. Poi, è un attimo, in cui passano tutti i minuti giocati assieme, tutte le delusioni e tutte le gioie, tutte le imprecazioni e le risate sul campo di allenamento. Attesa. Insigne sorride e gli mette il pallone tra le mani. Higuain lo posiziona sul dischetto. Il San Paolo, in un solo attimo, diventa come vuoto. Nemmeno uno spettatore, nessun cronista, nemmeno un giocatore. Solo il 9, contro il guardiano dei pali del Carpi. Non si sente niente, nemmeno il vento che soffia tra le cancellate alte degli spalti, nemmeno le auto che, fuori, sembrano essere scomparse. Rigori sbagliati, costati caro, anzi carissimo. Rigori che hanno sgretolato certezze e abbattuto fortezze fatte di sogni. Cos’ è un calcio di rigore? È l’essenza pura dell’attesa. Fischio, –pouh! – suono sordo, tondo, come il pallone calciato da Higuain. Forte, a mezza altezza, sul palo alla sua sinistra. Il pallone viaggia veloce, disegnando nell’aria una semiretta di undici metri fatta di attesa e speranza. Il portiere intuisce l’angolo, ma il pallone viaggia troppo veloce per poter pensare di riuscire ad intercettarlo. Boato. Il San Paolo salta in aria.

 

La Juventus, nel frattempo, vince al Matusa di Frosinone per due goal a zero, ma la cosa sembra importare poco agli azzurri che, con Hamsik e con lo stesso Sarri, nelle interviste glissano i tranelli dei giornalisti pronti a pescare l’errore verbale da sbattere, poi, sulle prime pagine di domani. Invece no, la compostezza e la consapevolezza, in campo e nelle parole, è tutto ciò che ottengono. Aspettavano il passo falso, aspetteranno ancora. Intanto l’attesa è finita. Sabato 13 Febbraio 2016, Juventus-Napoli. Brividi.