‘NAGioia: via speranzella, una ferita che squarcia il ventre dei Quartieri Spagnoli

NAPOLI – Corre dritta, quasi strafottente, senza il minimo accenno di curve. Guai a perderla, la Speranzella, o si finisce per sprofondare in un vortice di cunicoli. Si vive a stretto contatto col mistico da queste parti, con la popolaresca velleitĂ  di arrivare al Superiore per invocarne tutela. Che si tratti della Madonna, di Dio, o di Maradona poco importa: il bisogno di divino, espresso con altarini sacri e graffiti onirici, ha lasciato tracce ovunque. Il profano sfiora il sacro e ne prende le sembianze, in nome di un’irriverenza indispensabile, perchĂ© chi si sente trascurato vuol esser protetto.

I motorini sono gondole che portano da una sponda all’altra. A chi li guida, abituato ad ondeggiare con una certa pressa tra i pedoni, dovrebbero distribuire patenti honoris causa. I bassi sono tuguri persino sfarzosi, talvolta arredati con gusto e con confort degni di un resort: la parabolica per il Napoli in diretta non manca mai; qualcuno costruisce rialzi in cemento per stare un livello sopra il porfido e, chi si vuol sentire un pasciĂ , si recinta in giardinetti di fioriere e vasi in terracotta. L’adattamento è il minimo denominatore comune a molti: qui la virtus che omnia vincit è la necessitĂ .

Tra vecchie casupole e genuine osterie sono le allegorie, i simbolismi graffiati sui muri che lasciano perplessi. Un umido di colori adagiato su pareti scrostate, silenziosamente, accompagna autoctoni o miti visitatori in cerca di autenticitĂ : sono i graffiti di Cyop e Kaf, perspicaci writers contemporanei, a dare ai Quartieri quel tocco di vissuto, tipico dei luoghi borderline di mezzo mondo.

Che si tratti della parte bassa di Via Simonelli, sita nelle retrovie di Piazza Carità, o che si parli di quella alta della Concordia o dei Vichi Politi, ogni zona dei Quartieri sembra inficiata dal medesimo senso di narrazione sulla promiscuità del mondo e dai suoi molteplici colori etnici. Se, per mezzo di un insolito esperimento letterario, Daniel Pennac facesse traslocare la famiglia Malaussène da Belleville a Napoli, la pianterebbe senza dubbio ai Quartieri.

Si vive in un mondo a parte: autoctoni ed enclaves di immigrati arricchiscono un patrimonio culturale che si tramanda da quando, sei secoli fa, è cominciata la dominazione spagnola. Qui scalini, gradoni, osterie, friggitorie veraci (altro che street food …), tinte crude, odori … il tutto coperto dall’ombra della Certosa e dalla collina del Vomero.

I Quartieri Spagnoli vivono in centro, stretti tra le principali vie Chiaia e Toledo, ma al tempo stesso sembrano faticare ad emergere dal perenne embargo socio- culturale dichiarato dalla Napoli che non vuol vedere.

 

 

 

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