NAgioia: Napoli punto e a capo

NAgioia: Napoli punto e a capo

Un passo dopo l’altro e il mistero è già meno intatto: abbiamo conosciuto Napoli, la vera città che sta dentro la Città


NAGIOIA – Il sangue che scorre nelle arterie della Città è spesso raggrumato, depositatosi negli angoli delle viuzze dove non passa più nessuno, facendosi prova di una linfa vitale che adesso non c’è più. Napoli, del resto, è tanti piccoli borghi che hanno vissuto, ciascuno, il momento di gloria prima di finire nel dimenticatoio. Ed il prestigio di vecchie chiese, piazzette e stradine oggi lo si respira appieno: tutto sembra incardinato e messo apposta per fare bella figura.

I palazzi dei Quartieri spagnoli, il maestoso complesso di Donnaregina e i tanti slarghi da mercatelli urbani sono tracce di un gusto perduto e romantico che negli ultimi tempi si sta scoprendo pian piano solo con l’interesse d’élite.

Napoli è il chiasmo che incrocia, in tutta la sua antinomia ontologica, il male ed il bene, il profano ed il sacro, il precario e il maestoso: chi si fregia di conoscerla tutta, anche ad ogni risvolto della medaglia, si inganna da solo.  A Napoli ogni cosa non esclude l’altra, anzi la include e si finisce per amarla ed odiarla insieme.

A volte l’architettura cittadina sembra porsi al rovescio: prima i vicoli, i corridoi stretti, l’umido ed il ruvido degli edifici scrostati, poi, d’incanto, i palazzi, le terrazze, i panorami, il mare: chi non s’è mai affacciato, ad esempio, dal Museo Nitsch, corra a farlo, che è sempre dolce rubare un plaisir d’amour alla bella Partenope.

È il suono flebile di una fisarmonica, Napoli, che si confonde col bordello di sottofondo fatto di voci di venditori e accattatututto mai soddisfatti che sbraitano, vendono, reclamano. Avete mai girato per la Pignasecca? Le urla dei commercianti si mischiano ai commenti di soddisfazione visiva al passaggio di ogni bella ragazza. E nelle botteghe di Fiorenzano avete mai goduto delle sue “zentraglie”? Se no, fatelo subito e assaporate il vero street food.

Ovunque si passeggi, Napoli stupisce. Corso Umberto I non è che il grande risultato del Risanamento, la più grande opera di modernizzazione post unitaria. Ai suoi fianchi, si snodano i vicoli e i borghi della Città d’un tempo. Poco distante dal palazzo dell’Università, all’altezza di Via Guacci, c’è la famosa fontana della Spinacorona, di origine tardo medievale, raffigurante una sirena Partenope che, dall’alto del Vesuvio, sgorga acqua dai seni: “a’funtana d’è zizze”, la si chiama affettuosamente.

Oltre che sineddoche di sé stessa, l’armonia di Napoli si sente pei vicoli, dove quel “pianefforte ‘e notte” di Salvatore di Giacomo “sona luntanamente e ‘a museca se sente pe ll’aria suspirà”. Non c’è bisogno di essere poeti in accezione moraviana: Napoli è una composition di rapsodie e a tutti è concessa ascoltarla.

Il cammino verso l’oro nascosto della nostra Napoli finisce qui, dopo aver a lungo peregrinato.

Un passo dopo l’altro e il mistero è già meno intatto: abbiamo conosciuto Napoli, la vera città che sta dentro la Città.

La sirena Partenope chiama sempre col suo canto cristallino lo stanco Ulisse, delusa dalla sua mancata risposta: non sa e non ha mai saputo che l’eroe avrebbe voluto fermarsi finalmente a godere di questo abbraccio di amore vero. Ulisse non avrebbe fatto ritorno a Itaca e, forse, la storia non si sarebbe conclusa con sangue, violenza e morte.

Napoli sarebbe stata la conclusione più amorevole e romantica dell’Odissea, l’estremo exitus per il princeps degli audaci peregrini.

A noi, invece, è piaciuto finire, ma anche cominciare il nostro viaggio a Napoli, dopo averla amata infinitamente e gustata per ogni sua veduta.

Passi lenti sul tappeto di porfido,

lunghe sbirciate tra silenzi e frastuoni:

si sa che si comincia, ma mai che si finisce.

Napoli punto e a capo.

Ultreya!