Una marea verticale, oltre il tiki taka

Una marea verticale, oltre il tiki taka

Mentre arrivano elogi da tutto il mondo, Mister Sarri prosegue il suo lovoro di miglioramento tattico. La capacità di adattamento all’avversario è stato un problema, durante la scorsa stagione. La partita vinta contro il Nizza ci ha detto che sembrano esserci buone notizie, a riguardo

@Saverio Nappo

Prendi il meglio del calcio spagnolo e congiungilo col meglio del calcio tedesco: ne deriva il calcio di uno dei migliori allenatori in circolazione. L’Europa lo conosce da poco ma Maurizio Sarri incanta da tre stagioni la Serie A”. Queste sono alcune delle parole che L’Equipe ha speso per il Mister. Non hanno voluto fare una sviolinata per rendere meno amara la sconfitta del Nizza. No. L’Equipe – il giornalista che ha firmato il pezzo – pensa sia davvero questa la descrizione che più si avvicina al calcio pensato da Maurizio Sarri. Che sia proprio un giornalista francese, presente al San Paolo per la sfida ai connazionali del Nizza, ad aggiornare la definizione allegorica di “calcio sarriano” non è un caso. Proprio contro l’undici di Lucien Favre, il Napoli ha mostrato l’ennesimo upgrade tattico. Forse il più difficile da completare: l’adattamento alle scelte tattiche dell’avversario, switchando le proprie caratteristiche in modo tale da assecondare le scelte dell’avversario, rigirandole a proprio favore. Una sorta di marea su un campo da calcio.

Sei uomini saltati con un cross sul palo opposto, diretto all’onnipresente Callejon. Respinta goffa del difensore con il pallone che galleggia a mezz’aria. Mertens trova immediatamente l’assetto giusto, ha già pensato la giocata: rovesciata sul palo opposto a chiudere l’incrocio di diagonali aeree. Marea.

I numeri lo testimoniano in modo abbastanza chiaro: possesso palla a favore ma non di molto (differenza di due punti percentuali), posizionamento medio della squadra di qualche metro più basso del solito osservato durante la scorsa stagione ma elevato numero di conclusioni verso la porta avversaria a discapito di un mucchio di briciole concesse all’avversario e la solita enormità di passaggi effettuati anche se non molti di più di quelli realizzati dal Nizza. In un pezzo scritto per ilNapolista, Alfonso Fasano scrive che “Il Napoli ha saputo usare diversi strumenti. È stato sé stesso, perché i principi di gioco non cambiano: difesa alta, possesso palla “importante” e preciso, creazione di triangoli sull’esterno, ricerca dell’inserimento sul lato debole, gioco nello stretto. Però, poi, all’improvviso, sono venuti fuori dei flash nuovi e alternativi. Come il pallone in verticale ad attaccare lo spazio. Come il lancio dalla fascia a premiare una sovrapposizione interna, sempre per sfruttare le letture approssimative dei centrali di Favre”. Esplicativo, semplice, vero. A discapito di una condizione fisica ovviamente non ancora al 100%, il Napoli è riuscito nell’impresa di sembrare – anche – “altro”. Un altro Napoli, diverso ma uguale, capace di orientare la stesura delle sue trame da orizzontali a verticali e viceversa. L’avversario sceglie l’impostazione, il resto è un processo matematico, oramai ben rodato.

Accerchiato da quattro avversari, pensa la giocata e la prova. Leggero movimento verso sinistra, poi subito virata a destra. Il difensora non abbocca ma è sbilanciato. Apre le gambe, troppo. La palla gli passa sotto. Il secondo difensore gli si fa in contro. Immediata virata verso sinistra. Difensore fuori tempo e sbilanciato. Tre quarti di porta sono spalancati, c’è solo il portiere a proteggerla.La gamba d’appoggio è troppo stanca, il diro è strozzato. La difesa ringrazia imbambolata. Marea.

La crescita di questa squadra, fedele alla linea tracciata dal suo tecnico che fortemente ha voluto la conferma in blocco della rosa, è tangibile, attuale, in continua evoluzione. A tal punto che se ne sono accorti anche in Argentina dove il calcio non è certo solo un paliativo domenicale. Sarà per questo motivo che non riesco a capire la preoccupazione altisonante di buona parte della piazza partenopea, dopo il triplice fischio. In questo piacevole scorcio d’estate, il mare colora la quotidianità di molti. Le onde, il vento leggero che, poi, diventa fresco e piacevole verso sera. La marea che sale e scende, si ritrae e si allunga, plasmando la sabbia a suo piacimento. Ecco, mentre vi scrivo, riguardo le immagini della partita e penso alla marea. Non vuole essere una nuova definizione di “calcio sarriano” né tantomeno un tentativo di emulare il collega de L’Equipe, ma a me il Napoli ricorda la marea. Uno sta lì, su una pizzetta che affaccia sull’acqua, e guarda. Osserva. In silenzio, ascolta e si lascia cullare. Se questa squadra si manifesta come una marea, come si fa a dubitare della sua forza? Provateci a fermare una marea. Provateci pure. Sarebbe tutto inutile.

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Tra i migliori in campo, la marea parte da lui