Focus Napoli – Chelsea. Vergara ed Hojlund non bastano: al Maradona il cielo è sempre più “Blues”. Azzurri fuori dalla Champions!

NAPOLI – Termina mestamente l’avventura europea del Napoli, e non è nemmeno una sorpresa, a dire la verità. La prestazione, generosa, che ha tenuto in gioco gli azzurri per un tempo, non è stata sufficiente a contenere il rientro del Chelsea, che capovolge il risultato, da 1-2 a 3-2, forte della freschezza atletica di chi può contare su un’intera rosa a disposizione, costituita tutta – o quasi – da calciatori di alto livello.

Impossibile per gli azzurri reggere il passo degli inglesi, che nel secondo tempo, con qualche accorgimento tattico di Rosenior e l’ingresso di Palmer, che ha cambiato progressivamente l’esito del match, grazie anche all’ausilio – indispensabile – di Joao Pedro, man of the match con la doppietta che, al Maradona, sigilla risultato e qualificazione direttamente agli ottavi per i suoi e decretando, al contrario, la prematura eliminazione dai campioni d’Italia dalla massima competizione europea per la quale le aspettative erano decisamente alte, se non altro diverse.

Buono per un tempo, poi l’immancabile crollo fisico, fisiologico per chi gioca tre partite a settimana da oltre un mese. Ma quest’eliminazione non va contestualizzata alla sola sconfitta del Maradona: c’è da piangere – e parecchio –  sul pareggio di Copenaghen che ha praticamente condannato gli azzurri a giocarsi il tutto per tutto contro il Chelsea, obbligandolo a vincere contro gli inglesi che, da parte loro, avevano anche loro bisogno dei tre punti per raggiungere una delle prime otto posizioni, lo scenario peggiore nel quale si potesso esibire questi ragazzi, che proprio non ne hanno più di energie.

Chi ne ha da spendere è Antonio Vergara, non per strane congiunzioni astrali uno dei migliori delle ultime partite, ragazzo che pian piano si prende confidenze sempre maggiori, tentando giocate importanti, trovando lo splendido gol del momentaneo pareggio, con una veronica attorno Fofana prima di trafiggere Sanchez in diagonale. Gol bellissimo, che rappresenta una novità quasi assoluta, quella della giocata personale in area di rigore, da attaccante navigato (che non è) ma che riporta al Maradona quei virtuosismi estrosi e creativi propri, ad esempio, al Kvaratshkelia del suo anno magico del terzo Scudetto. Il ragazzo è l’unica nota positiva di un’altra serata amara, ma da stasera non si sprecassero elogi sperticati per un nuovo fenomeno sceso tra noi. Vergara è un buon prospetto, che in questo momento può contare su una freschezza che il resto dei giocatori in rosa non ha, che possiede buone qualità tecniche – che fortunatamente non ha problemi a mostrare –  ma che va lasciato crescere senza addossargli il peso delle responsabilità di una squadra che necessita – ora come ora – di una ventata di freschezza. Poi c’è da refertare il gol di Hojlund, al primo gol del 2026, sicuramente un segnale positivo per il campionato, che a questo punto va tutelato anche attraverso i gol del danese.

Per il resto, stasera il Napoli ha fatto quanto nelle sue possibilità. Peccato per l’ennesima ingenuità difensiva, ovvero il fallo di mano di Juan Jesus che genera il calcio di rigore poi segnato da Fernandez; peccato aver preso il gol del pareggio al primo tiro in porta del secondo tempo, anche se in questo caso si paga l’enorme differenza – attuale – di tasso tecnico tra le due squadre, amplificata dall’assenza di oltre dieci calciatori.

Ma senza nulla togliere alla generosa prestazione di stasera, non possiamo nascondere la polvere sotto il tappeto: la Champions del Napoli è stata fallimentare. Otto punti in otto partite a fronte di un calendario insidioso ma non insostenibile, tanto è vero che tra le undici squadre eliminate, oltre agli azzurri, figurano Eintracht, Copenaghen e PSV Eindhoven, contro le quali sono state giocate le partite peggiori di questa kermesse europea. Menzione speciale per il pareggio in Danimarca, che i calciatori azzurri dovrebbero vedere e rivedere più volte.

Per non parlare del vedere il Qarabag – con tutto il rispetto – quanto meno ai playoffs; di essere i campioni d’Italia in carica e, allo stesso tempo, unica squadra italiana già fuori dalle coppe; di essere sotto, in classifica, a squadre come Pafos e Union Saint Gilloise; di aver buttato via una qualificazione che, nonostante le enormi difficoltà, poteva essere raggiunta con un minimo di attenzione in più. Ma la classifica dice esattamente questo e non si può – e non si deve – rubricare il deludentissimo trentesimo posto del Napoli come un insieme di colpi di fortuna delle altre squadre. I demeriti degli azzurri sono andati ben oltre, in queste otto partite, e per questo aspramente criticabili.
Avesse avuto la grinta del primo tempo di stasera, al Parken si sarebbe vinto in carrozza e oggi avremmo parlato di un Napoli in difficoltà, ma che dovrà affrontare il playoff. Per non parlare del collasso di Eindhoven, con la squadra ormai fuori controllo, persino per un sergente come Conte o delle anonime, scialbe, prive di mordente prestazioni contro Eintracht e Benfica.

Nessun playoff, pertanto: uno smacco, l’ennesimo, anche per Conte, che conferma la storica etichetta di allenatore “da campionato” e poco affine alle competizioni continentali. Per il mister, altra chance sprecata per dimostrare di aver fatto un piccolo passo avanti nella gestione delle coppe europee e, in generale, della doppia competizione. Indubbiamente, un contesto difficile per come si erano messe le cose prima del fischio di Turpin, ma se il Napoli è arrivato con l’acqua alla gola, le responsabilità è anche sua. Bocciato all’esame di “Europa” anche quest’anno e bisogna dire che le defaillance in ambito continentale, per un “vincente” in terra italica come lui, da tante diventano troppe.

Ormai, quello che fatto è fatto: non si torna più indietro, ma era giusto sottolineare che, al netto di stasera, l’eliminazione dalla Champions è sostanzialmente, insindacabilmente meritata.
Ed ora, chiuso il capitolo europeo, agli azzurri non resta altro che volgere le attenzioni verso il campionato che, da qualche settimana, ha preso una piega diversa, con la qualificazione in Champions, quasi scontata ad inizio stagione, ora rimessa quanto mai in discussione e la coppa Italia che, di colpo, torna ad essere di moda per diventare il secondo obiettivo stagionale.

Ed al Maradona, violato dal Chelsea dopo oltre un anno di imbattibilità, arriva la Fiorentina, una delle poche formazioni di Serie A che può dirsi stare peggio, in questo momento, degli azzurri.
Due squadre partite con aspettative diverse ma che per motivi disparati hanno dovuto far fronte a drastici cambiamenti di rotta: i partenopei – al momento – lo Scudetto lo vedono viaggiare verso Milano, mirando adesso a traguardi più alla portata del momento delicato della squadra, ovvero una posizione-Champions; i viola, scenderanno a Napoli affamati di punti-salvezza, invischiati come sono, nella lotta retrocessione nella quale, nessuno, ma proprio nessuno, li avrebbe pronosticati avessero fatto parte. Proprio per questo, domenica sarà un’altra battaglia, contro una squadra indubbiamente tecnicamente meglio messa tra le squadre di bassa classifica, ma con una condizione mentale disastrosa ed il morale sotto i tacchetti.

Lo stesso che il Napoli avrà da stasera dopo la precoce uscita da questa Chanpions sulla quale, squadra, allenatore e società riponevano importanti propositi. (Dis)Illudendosi. Ma almeno, il vorticoso calcio moderno non offre il tempo di piangersi addosso, che c’è già da pensare al prossimo impegno. Per dimenticare, per riflettere, per migliorare dagli errori commessi.

 

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