Le Torri Gemelle, 25 anni dopo: il ricordo dell’11 settembre e la paura diventata normalità

Venticinque anni dopo l’undici settembre, la paura di quel giorno non è passata: si è trasformata in abitudine. È così che una società impara a convivere con un trauma che fatica ancora a raccontare per intero.

Chi aveva più di dieci anni l’undici settembre 2001 ricorda ancora dove si trovava quella mattina. Non è un modo di dire: gli psicologi la chiamano “flashbulb memory“, il ricordo lampo, quello che si fissa intero e nitido proprio perché arriva insieme a un’emozione enorme. Davanti alla televisione, al lavoro, a scuola: milioni di persone hanno negli occhi le stesse immagini, le Torri Gemelle che crollano in diretta, ripetute all’infinito sugli schermi di mezzo mondo. Venticinque anni dopo, quell’immagine resta uno dei pochi eventi che l’intero pianeta ricorda nello stesso modo, nello stesso istante.

Morirono quasi tremila persone, in un attacco compiuto da diciannove uomini di Al Qaeda. Il numero, ripetuto ogni anno negli anniversari, ha finito per diventare quasi un’astrazione: dietro c’erano impiegati, pompieri, agenti di polizia, passeggeri di quattro voli di linea che non sarebbero mai atterrati. È da lì, da quella mattina, che la paura ha cambiato forma nel mondo occidentale, e non ha più smesso.

All’inizio la paura era precisa, quasi fisica: paura di volare, paura dei grattacieli, paura di un pacco lasciato in un angolo. Con gli anni si è fatta più sottile e più diffusa, meno legata a un pericolo preciso e più simile a uno sfondo permanente. Non la sentiamo più come paura, ma come normalità: togliersi le scarpe ai controlli, aprire la borsa all’ingresso di un evento, sapere di essere ripresi da una telecamera in ogni strada. Quello che nel 2001 sembrava provvisorio, giustificato dall’emergenza del momento, è diventato l’arredo quotidiano delle nostre vite. Nessuno lo nota più, ed è proprio questo il punto: una paura che non si nota più è una paura che ha vinto.

Chi è nato dopo il 2001 non ha mai preso un aereo senza passare da uno scanner, non ha mai varcato la soglia di uno stadio senza farsi aprire la borsa, non ha mai vissuto un’infanzia in cui la sicurezza fosse un tema invece che un’abitudine quotidiana. Per loro non è un’eccezione diventata regola: è semplicemente la regola, l’unico modo che hanno conosciuto per stare al mondo.

Di quella paura resta anche un episodio musicale, quasi dimenticato oggi. Tre giorni dopo il crollo delle Torri, le radio americane ricevettero l’indicazione di non trasmettere più Imagine di John Lennon, insieme a decine di altre canzoni giudicate fuori luogo. La canzone che immagina un mondo senza nazioni, senza religioni, senza niente per cui uccidere o morire, suonava stonata in un Paese che contava i morti e cercava un nemico da colpire.

Dieci giorni dopo, la stessa canzone fu scelta per aprire il primo grande concerto benefico per le vittime, trasmesso in diretta su tutte le principali reti televisive americane. A cantarla fu Neil Young, da solo al piano. Il pezzo giudicato troppo pericoloso per la radio diventava, in pochi giorni, lo strumento con cui un intero Paese provava a elaborare il proprio lutto. È una delle contraddizioni più chiare di quei giorni: la stessa parola può fare paura o consolare, a seconda di quanto una comunità sia pronta ad ascoltarla.

Chi aveva vent’anni quella mattina oggi, nel 2026, ne ha quasi cinquanta. Chi è nato dopo quella data le Torri Gemelle le conosce solo dai documentari, dai libri di scuola, dai racconti di chi c’era. È il passaggio naturale dalla memoria diretta al racconto tramandato, ma ha un prezzo: più il tempo passa, più i dettagli si confondono, i nemici si sovrappongono tra loro.

Capita così di sentire, ancora oggi, chi attribuisce quell’attacco all’ISIS. Non fu l’ISIS ma Al Qaeda, l’organizzazione di Osama bin Laden. Lo Stato Islamico non esisteva ancora nel 2001; sarebbe nato anni dopo, dalla stessa guerra scatenata per rispondere a quell’attentato. Ma nella memoria collettiva le sigle si sono fuse, i nemici diversi sono diventati un unico nemico indistinto. È quello che succede quando un trauma smette di essere vissuto e comincia solo a essere raccontato: perde i contorni precisi e resta solo la sua ombra.

Pochi giorni dopo l’attacco, gli Stati Uniti dichiararono lo stato di emergenza nazionale. Non è mai stato revocato: ogni anno, da allora, un presidente diverso lo rinnova, l’ultima volta pochi mesi fa. In pratica quello che nel 2001 doveva essere un’eccezione temporanea è diventato, venticinque anni dopo, la condizione normale in cui vive una parte del mondo occidentale. La sicurezza, che prima indicava una condizione da raggiungere, è diventata un esercizio permanente da rinnovare ogni giorno, senza che nessuno si chieda più quando dovrebbe finire.

Anche l’Italia entrò in quella guerra, mandando soldati in Afghanistan in una missione che sarebbe durata vent’anni. Si chiuse nell’agosto del 2021, con il ritiro caotico da Kabul trasmesso in diretta come vent’anni prima erano state trasmesse le Torri che crollavano. Anche quella chiusura, però, è stata più simbolica che reale: oggi, nel 2026, gli Stati Uniti restano coinvolti militarmente in diversi scenari mediorientali, sotto governi diversi, come se la guerra avviata nel 2001 non riuscisse a trovare davvero una fine.

Un’altra eredità, meno visibile ma altrettanto reale, riguarda il sospetto verso chi, nell’aspetto o nel nome, ricorda il nemico di quel giorno. Per una parte dei musulmani americani ed europei, la sicurezza nazionale ha significato imparare a dichiararsi pubblicamente estranei alla violenza compiuta da altri, ogni volta che l’argomento torna d’attualità. Non è una paura dichiarata, è una tensione di fondo che attraversa ancora oggi aeroporti, quartieri, luoghi di culto.

Ogni anno, l’undici settembre, tornano gli stessi rituali: il minuto di silenzio, i nomi letti uno per uno a Ground Zero, gli speciali televisivi. Sono gesti necessari, servono a tenere viva una memoria che rischia di sfilacciarsi. Ma hanno anche un effetto collaterale: più una data diventa cerimonia, più si allontana dall’esperienza vissuta e si avvicina alla storia. Il rito conserva la memoria e, allo stesso tempo, la raffredda.

Il mondo immaginato da John Lennon, quello senza confini e senza motivi per uccidere, non è arrivato. 

Non siamo diventati più sicuri in questi venticinque anni, siamo diventati più abituati alla paura, al punto da non chiamarla più con il suo nome.

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