Di spazi, di scacchi, mezze Lune e addii

Di spazi, di scacchi, mezze Lune e addii

Nell’ultima sfida prima della sosta natalizia, va di scena al Franchi quella che è una delle sfide più belle e interessanti della serie A moderna. I due tecnici si sfidano negli spazi come fossero duellanti in una partita a scacchi

@Saverio Nappo

NAPOLI – Un anno fa definivo Fiorentina-Napoli come espressione migliore del nuovo calcio all’italiana. A distanza di un anno – più o meno – sorrido pensando che mai definizione fu più azzeccata per descrivere quello che Fiorentina e Napoli stavano costruendo con percorsi diametralmente opposti ma uguali nell’essenza. Da allora sono cambiate alcune impostazioni tattiche, alcuni interpreti dell’una e dell’altra squadra sono andati via abbagliati dal richiamo scintillante di vittorie conquistate per abitudine, per routine, oltre che per demeriti delle pretendenti. Fiorentina-Napoli, all’Artemio Franchi, è ancora spiegata perfettamente da quella definizione che, in questi giorni, compie un anno di vita. È ancora la rappresentazione migliore del calcio all’italiana, espressione di una battaglia combattuta a viso aperto, con l’obiettivo di occupare gli spazi, per farli propri, tagliando fuori l’avversario. Per vincere, attaccando il campo.

Dries Mertens segna il suo goal numero 8 in 12 giorni

La Viola è in ritardo sul gruppetto di testa, lì dove Roma e Napoli – seconda e terza – inseguono la Juventus, come da copione, da qualche anno a questa parte. Ciò che lenisce le ferite del ritardo in classifica nei confronti della capolista, sia per il Napoli che per la Viola (ma anche per la Roma), è il processo di crescita tecnica, tattica e, inevitabilmente, economica dei club. La Juve sembra adagiarsi sugli allori di un processo di crescita anticipato che l’ha portata a conquistare cinque scudetti consecutivi senza particolari patemi d’animo. Il suo gioco non è bello, non è spettacolare, è minimale, essenziale, sufficientemente efficace. Napoli e Fiorentina, Maurizio Sarri e Pauro Sousa, intanto, confermano la crescita costante delle loro creature. Non stupisce che questa sfida, quest’anno come lo scorso, abbia regalato agli appassionati 180 minuti di opera calcistica, pura esemplificazione di come la vittoria più netta venga ottenuta occupando gli spazi del campo. Che siano concessi dall’avversario o conquistati dall’avversario non va differenza: impossessarsi degli spazi è l’unico obiettivo.

49 reti in totale per il funambolo degli spazi

I numeri parlano chiaro e ci aiutano a bypassare la lettura naturalmente di parte quale può essere quella di un tifoso dell’una o dell’altra squadra. Fiorentina-Napoli è una partita a scacchi giocata con attenzione minuziosa ai particolari, alle mosse, dove i cali di concentrazione sono costati caro all’avversario. Come duellanti furbi ed esperti, Sarri e Sousa hanno giocato ad attirare l’avversario nella propria morsa, nei propri spazi, nel proprio gioco. La viola, gestendo il possesso basso, il Napoli tessendo la ragnatela attorno alla Fiorentina. L’atteggiamento forse troppo attendista dei padroni di casa, nei primi 45’ di gioco, ha favorito il dominio territoriale del Napoli. Il professore sapeva che Sousa avrebbe preparato la partita per spezzare le linee di passaggio attraverso la quale scorre la linfa vitale del suo gioco. Chi avesse conquistato gli spazi, tra gli uomini e tra le linee, avrebbe conquistato l’inerzia della sfida. L’equilibrio tra gli sfidanti si è palesato nel secondo tempo, complice qualche errore di troppo del Napoli, in fase di copertura.

La sfida tattica tra due dei tecnici più promettenti degli ultimi due campionati genera una delle partite più belle viste in questa stagione, fino a questo momento. Il vantaggio di Insigne, nel primo tempo, è figlio della perseveranza del 24 di Frattamaggiore. Quante volte ha immaginato quella traiettoria, quante volte la realtà non è coincisa con l’immaginazione. Quale maledetta frustrazione nel veder crescere il numero dei minuti passati senza segnare, senza riuscire a realizzare il suo colpo più bello, senza esultare davvero. La mezza Luna disegnata nell’aria illumina Firenze per 3 secondi e mezzo, il tempo necessario per sorgere dal piede destro di Insigne e tramontare alle spalle di Tătărușanu. Poi il pareggio su punizione deviata beffardamente da Callejon, nelle prime battute del secondo tempo. Quello che accade da qui in poi è la sublimazione dei tatticismi dei due tecnici. Ad ogni azione corrisponde una reazione, non necessariamente uguale ma sicuramente opposta. Bernardeschi e Chiesa dipingono calcio su tela, coadiuvati da Zarate in formato insolito. La Viola è in vantaggio.

 

Poche parole, poche occasioni, pochi anche gli spazii ma Manolo c’è

La partita sarebbe finita qui, per la buonissima parte delle squadre che compongono questa serie A. Spesso, la remissività delle compagini dà vita a partite già viste con esiti scontati. Fiorentina-Napoli, però, è una partita di vero calcio, una storia da raccontare. Maurizio Sarri gioca la sua ultima carta, scorgendo, dalla panchina, spazi perfetti per Manolo Gabbiadini. Il 23 bergamasco sta per essere ceduto dalla società, il suo temperamento e le sue caratteristiche tecniche non si sposano con quelle richieste dal tecnico. La Fiorentina alza le barricate avanti la propria porta, difendendo il preziosissimo vantaggio. Quanto fracasso avranno fatto le aspettative crollate nella testa di Sousa quando Mertens è stato agganciato in area di rigore al minuto 93? Quale vortice turbolento si sarà scatenato nella testa di Sarri, quando ha indicato il rigorista? Ci va Manolo. Porta le mani ai fianchi, sorride. Avrà pensato che, in fin dei conti, quello fosse solo un calcio di rigore come gli altri. Manolo è calmo, quieto. Il mondo intorno è in fiamme, i cuori battono più adrenalina che sangue, il Franchi scricchiola a causa della tensione di tutti i trentacinquemila presenti e non si sente nemmeno il vento che soffia ma Manolo è calmo. Guarda il portiere, espira, poi tira. Raso terra, sul suo lato forte, imparabile per Tătărușanu che pure aveva indovinato la direzione. Finisce così, 3-3, l’ennesima rappresentazione del miglior calcio d’Italia. Con l’ultimo sorriso in bianco azzurro di Manolo Gabbiadini.