NAgioia: Partenope ed il suo graffio irriverente

NAgioia: Partenope ed il suo graffio irriverente

Dediche, simboli dipinti, slogan di protesta contro il mondo sono sintomo di una profondità che va verso il romantico ricordo e verso l’anafora della propria nostalgia


NAPOLI – Il graffio irriverente, quello che profuma d’ispirazione, è la più grande forma di poesia.L’ermetismo grafico dell’ars amandi è una felice e sofferta espressione del proprio animo: chi non ha mai scritto due rime, messo assieme poche parole d’amore o disegnato una specie di ritratto non è degno d’essere amato.

. Amore, politica, sociale ed oltre: tutto questo vive in un graffito. Il filosofo contemporaneo non scrive trattati o pandettistiche: preferisce lasciare il proprio messaggio sul web ed urbanisticamente lo ripropone su un muro per abbellirlo. Se i frammenti di Berlino potessero parlare, racconterebbero di una vita meschina trascorsa a farsi scrigno di desideri vietati che potevano prender forma solo a pochi passi dal proprio mondo. Ed allora rabbie, frustrazioni, dolorose velleità venivano tradotte in murales. Oggi chi ambisce, vuol renderlo noto. Il sogno non è più proibito e si gioca a lasciarne tracce: chi ama, insomma, non vuol esser dimenticato.

Napoli è, per un altro verso ancora, culla di passioni: tormenti, gelosie, amnesie e dettagli abitano sulle sue mura. E guai ad ignorarle, perché chi si non si ferma a contemplare l’opera e non scatta l’istantanea è complice: la viltà, si sa, sta nelle connivenze. In chi graffia gli intonaci di mezza città non v’è nemmeno l’ombra della retorica: solo lotte, magari solitarie, contro i potenti o contro il destino. Ognuno è Odisseo di sé stesso nella battaglia con gli ostacoli e la voglia di trasmettere il proprio fatalismo è troppo forte per non “personalizzare” un muro.

Il Maradona di Viale 2 Giugno, il San Gennaro a Via Duomo, la bambina rom di San Giovanni e, da ultimo, l’Hamsik di Quarto sono le opere di Jorit Agoch, l’artista italo- olandese che ha donato alla Città il corollario d’essere la patria dell’amore. Napoli non dimentica chi ama, chi la protegge, chi l’ha sofferta e chi oggi la rappresenta sportivamente e non solo.

Del D10s, l’ultimo re partenopeo, molteplici le effigie urbane. Ed ad altri due campioni, Pino Daniele e Massimo Troisi, sono stati donati affreschi: del “Lazzaro felice” ne troviamo riproduzioni in Largo Ecce Homo ed in Via Traccia a Poggioreale; Massimo Troisi, invece, non si è mosso da casa ed a San Giorgio, sulla parete del Palaveliero, in poche battute di ciak, è possibile ammirare tutta la sua epopea cinematografica. Napoli si innamora dei semplici, di chi timidamente la rappresenta. Preferiamo essere così, noi partenopei:
sprezzanti di morali e di imposizioni. Ci rifiutiamo da sempre di raggiungere l’età della ragione e adoriamo trastullarci coi nostri stessi proverbi, fregiandoci d’essere retori inconsapevolmente spontanei. Ci aggrappiamo a noi stessi, ai nostri miti e, quando non li abbiamo più, li rimpiangiamo a vita. Graffiare è testimonianza d’esistenza: lasciamo il segno per destare l’attenzione e porre l’accento sulla vita ed i suoi paradossi che, nonostante tutto, la degnano d’essere vissuta.